Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/80

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CANTO I 17

Donde quest’uomo è giunto? Qual’è la contrada ov’ei nacque?
Dov’è la gente sua? Dove son le sue terre paterne?
Qualche ambasciata, forse, d’Ulisse è venuto a recarti?
O pure, è giunto qui per qualche sua brama o bisogna?
Con quanta furia s’è dileguato! Né tanto è rimasto,
da ravvisarlo. D’aspetto non era di certo un dappoco».
     E a lui queste parole rispose Telemaco scaltro:
«Pel padre mio la via del ritorno, Eurímaco, é chiusa;
né d’ambasciate piú mi fido, se dicon ch’ei giunge,
né degli auspicî piú mi do cura, se alcuno mia madre
me ne ripete, quando chiamato ha qualche augure in casa.
Quegli è un ospite mio da parte di padre: è di Tafo:
Méntore egli è, figliuolo d’Anchíalo dal senno divino,
e sovra i Tafî regna, maestri di navi e di remi».
     Cosí Telemaco disse, che avea conosciuta la Diva.
E gli altri, allora, al ballo rivoltisi, ai canti soavi,
attesero, fra questi diletti, che Vespro giungesse.
E giunse il negro Vespro, che stavan fra questi sollazzi;
e ognuno alla sua casa allor s’avviò per dormire.
Ed alla stanza sua, per la reggia, Telemaco mosse,
ch’alta sorgeva, ed era visibil da tutte le parti.
Qui per dormire giunse, da molti pensieri agitato.
E seco andava insieme, recando le faci, Euriclèa,
d’Opo, figliuol di Pisènore, figlia, di mente assennata,
che un dí comprata aveva Laerte, sborsando gran somma,
ch’era fanciulla ancora: ne diede ben venti giovenchi,
e al pari l’onorò d’una moglie; però nel suo letto
mai non entrò: ché schivò della sposa le furie gelose.
Questa recava accese le fiaccole. Piú d’ogni ancella

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