Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/12

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CANTO XIII 9

E allora, ad essi Alcinoo si volse con queste parole:
«Miseri noi, che adesso si avvera un antico presagio
del padre mio: che il Dio del mar si sarebbe sdegnato
perché tutti avanziamo, se alcuno scortiamo per mare,
E dir solea che un giorno, tra i ceruli gorghi del ponto
un legno dei Feaci bellissimo avrebbe spezzato,
e ricoperta avrebbe la nostra città d’un gran monte.
Cosí diceva il veglio, come ora s’è tutto avverato.
Ora, su via, tutti quanti facciamo come io vi consiglio:
scorta a nessun dei mortali non s’offra, che capiti a caso
nella città dei Feaci; poi, sedici tori trascelti,
s’offrano al Dio del mare, se, mosso a pietà, piú non cerchi
sopra la nostra città gravare l’altissimo monte».
Disse cosi: temerono quelli, e condussero i tori.
Cosí dunque al signore Posidone alzavano preci,
stando all’altare intorno, del popol Feaci i signori,
guida alle genti. — E Ulisse divino dal sonno si scosse,
che nella terra materna dormiva. Né questa conobbe;
ché n’era lungi da tanto, e intorno recinto di nebbia
Pallade Atena l’aveva, la diva figliuola di Giove,
si che invisibile fosse, che tutto essa dirgli potesse,
perché né la sua sposa, né i suoi cittadini e gli amici
lo conoscesser, pria ch’egli traesse vendetta dei Proci.
Perciò tutte le cose mostrarono aspetto diverso
agli occhi dell’eroe: le lunghe strade, le rade
schiuse all’approdo, le rupi precipiti, gli alberi folti.
Balzò sui piedi, gli occhi rivolse alla terra materna,
ed un lamento quindi levò, si batté sopra Tanche
ambe le palme prone, cosi, lamentandosi, disse:
«Misero me, di che genti son giunto ancora alla terra?