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298 poesie

jgS

Alto solleverà por adornarla V
Ma 1’ Alchimista non travaglia a vòtoj
Ei cerca Poro, ci cerca Poro, io dico,

Ch’ei corca l'oro; c s’ei giungesse in porto,
Fòra ben per sè stesso, e per altrui.

L’oro è somma possanza infra mortali.
Chiedine a cavalier, chiedine a dame,
Chiedine a tutto il mondo; io cosi credo :
Altri forse dirà, che io sono un bue;

Nè per questo dirà grave bestemmia.

XXIV

AL SIG. CONTE ORSO D’ELCL

Oggi, che avete alle bell’onde d’Arno,
Dopo lungo cammin, fatto ritorno,

Deh ditemi, signor, di qual diletto
Più fortemente ha confortato il core

11 nostro re, che sul fiorir degli anni
Prese per norma di Laerte il figlio
Peregrinando? ha trapassato PAlpe,

Varcato ha 1’ Istro, e nella reggia altera
Ebbe a mirar la nobiltà germana,

E pria mirò della bell’Adria in seno
La città sposa di Nettuno, cd ivi
L’adorno seggio delle leggi antiche,

Ove la cara libertà ripara.

Ma pria con meraviglia in va! di Tcbro
Le dissipate, cd atterrate moli
Trasser sua mente ad estimar, siccome
Trascorre il vento degli umani orgogli;

Non per tanto colà santa si adora
L’ eccelsa Sede del pastor Sovrano ;

E fiammeggia la croce, al cui fulgore
Sono vii cosa di Quirino i fasci,

E di Quiriti le scure, arrogi l’ostro,

L1 òstro non punto vile, e fra quell’ostro
Le chiome bianche, e la canuta neve
Delle barbe severe, ampio Senato,

Scuola, dove s'affina il mortai senno.

Non sarà stato certamente in vano,
Volgendo diciott’anni il Signor nostro
Rimirar da vie in cotanti lumi.

Sogliono i Grandi in tempo della vita
Ordinar sul mattiti, non a gran giorno :

Ma non dobbiamo dispregiare i pregi,

Onde Roma a’adorna; i sacri tetti
Tulli di marmo lampeggianti, e d’oro,

Che di là dalle nnbi han le lor cime,

I regii alberghi spaziosi, gli orti,

Mirabili soggiorni di Napce,

Le tante fonti strepitose, schermo
Contro rardente Sol, quand’egli vibra
Accesi rai coll’ Erigonia fera.

Mirabil Roma! ella c mirabil certo;

Non son ritroso, ma mio dir non vada
Condannalo da te, come lusinga,

O splendore dclFArbia, anzi l’ascolta,
Siccome suono di verace lingua,

E porgimi I’ orecchio. Io metto un grido,

Ed ardisco affermar, che Ferdinando
Oggi non meno ammirerà Firenze
Di quel, eh’ci l'ammirò sul dipartire;

Oso affermarlo. £ forse gita a terra
La macchina superba, oude combatte

Tutti i secoli antichi il Bruncllcschi?

Son dileguati i Pitti? i nobil Ponti,

Su quali ogni ora si passeggia l’Arno
Con cotant'agio, le marmoree vie?

Forse ad onta di agosto, e di gennajo
Non daranno a Firenze il pomo d’oro?

Non l’incoroneranno? Io ben mel credo.

Ora usciam dalle mura : ecco pendici
Bel campo di levrieri, ed ecco poggi
Destinati ad amabile vendemmia,

Vendemmia cara ad ogni mese; piani..

Cui liberal Tritolemo trascorre;

Giardini, alme ricchezze di Pomona,

E chi può numerar le stanze egregie
Con ricca man di Dedalo cosparse
Quivi fi’intorno? Il Pratolino, il Poggio,

Il Trebbio, il CalTagioli; ove tralascio
La lietissima altezza d’Artemino?

Che dirò di Castello? i cui cipressi
Ogni più fresca Najade trascorre,

Altercando co’ fischi delle fronde

I suoi non men dolcissimi susurri?

Ma ben per questa, che oggidì s’innalza,
Villa, ed a nome Imperlai s’appella
Dall’alta donna d’Austria, han da tacersi

I celebrati onor del re Fcace;

Ed io non mento. Ora dirammi un
Che gli anni consumò dentro al Liceo
Lungo l’Ilisso: è vanto popolare

II vantarsi per piante, e per muraglie,

Opre caduche: la cittade Ita pregio,
Quand’ella rende i cittadin felici,

Per drittura di leggi, e di costumi.

A questo dir non contraddico, o conte;

Ma certo del buon Cosmo il degno erede
Ila di che celebrare il padre, c gli avi:

Nè qui voglio accattar greci entimemi,

Nè chiamar meco quel d'Arpino: il Sole
Per sè chiaro si fa : la vol itate
Col suo proprio valor si manifesta.

Or dimmi : in quale parte oggi risplende
La candidezza della vera fede
Più puramente, c dove men s’arrischia
Spander vencn la perfida eresia?

In riva d’Arno Astica stringe la spada,

Ed ella è di diamante, e non di piombo,

E via men d’oro: alla dimessa plebe
Non calpesta la fronte il grave orgoglio
D’oltraggiosa ricchezza; ma ritorno
Al mio Parnaso, e non vo’tesser inni.

Non elJbe dunque, o conte, onde partirsi

Il signor nostro, e non per tanto affermo,
Che fu saggio consiglio il dipartirsi.

Ila visti in strani regni i lumi alLrui,

E vibrovvi non metto i lampi suoi,

Sicché fu glorioso infra i lodati,

E s’era Ferdinando ornai vicino
A signor farsi «lei paterno regno,

E sc reggere i regni ha del celeste,

Non dovea ricercar celeste aita

Per l’alta impresa? O su stellanti campi

Singoiar di pietate imperatrice,

Dianzi agli aitar della magion tua sacra.
Pregio eccelso d’Italia, il rimirasti,

Porgerti prieghi, e consacrarti voti,

Voli, c pieghi uon già, perchè al suo regno

POESIE

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