Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/178

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156 GUERRE PERSIANE

accordi chi primo esce in campo, ma chi durando la pace tende contr’essa insidie, cadendo noi in colpa nel macchinare un delitto anche innanzi di averlo commesso. Quale poi riuscir debba questa guerra follia sarebbe il dubitarne, conciossiachè l'esperienza ammaestra dichiararsi mai sempre la vittoria seguace non de’provocatori, ma di chi attiensi ai limiti d’una giusta difesa1. Havvi inoltre disparità di forze, il nerbo di quelle romane toccando le parti estreme del mondo, e de’ loro famigerati capitani l'uno, Sitta, cadde vittima del nostro ferro, e l’altro, Belisario, non vedrà più Giustiniano, ben contento di compiere sua vita nell'Italia, condottiero di quelle truppe; il perché non saravvi chi ne contrasti di marciare con piena libertà sulle terre loro: ed avendo noi contezza delle vie e desiderio di accomunare inseparabilmente i proprj interossi co’ tuoi, pronti siamo a scortare le armi persiane».

Cosroe, ebbro di gioia per le cose udite, rauna gli ottimati persiani ed espone loro i consigli ricevuti da Vitige e dall’ambasceria degli Armeni, bramando sentire il parer d’ognuno sul conto di essi; e delle varie opinioni quivi esternate prevalse quella di cominciare

  1. (1) «Non furono già i Romani, dicea Scipione ad Annibale, autori nè della guerra di Sicilia, nè di quella di Spagna; sibbene manifestamente i Cartaginesi: lo che conosceva benissimo lo stesso Annibale, e gli Dei ancora ne furono testimoni, dando la vittoria non a coloro che incominciarono le ingiuste ostilità, ma a quelli che le rispinsero» (Pol., lib. xv, 8).