Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/261

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LIBRO SECONDO 239

travanli, tenendosi da loro percossi, venivano tosto sopraffatti dal morbo, che da principio invano adoperavano discacciare con parole sante ed altre divote azioni; prese quindi le sembianze di spiritati o di mentecatti non davan più orecchio alla voce degli amici, e rinserravansi in appartati luoghi; avevanvi pur di quelli che dormendo sognavan gli eguali spettri. Dopo di che principiavano repentinamente a sentir di febbre sebbene i corpi loro non mostrasserne il minor indizio per lo alterarsi del colore e del calore, o vuoi per quella maniera d’infiammazione comunissima in cui entra la febbre; questa, accompagnata al venire da poca tosse, durava insino a notte, cosicché gl'infermi non mandavan pel medico, ne sembravano pericolare in conto alcuno. Entro poi le ventiquattr'ore, o nel dì vegnente, o non guari dopo usciva fuori un carbone in tale o tal altra parte de’ loro corpi, e chi di essi cadeva in letargo profondissimo, e chi in disperata frenesia, di guisa che i primi dimentichi di tutto, non eccettuato il nutrimento, partivansi di questa vita; ma i frenetici mandavano alte grida immaginandosi riportare offese, e voltavan le spalle con subita fuga: nè men degli ammalati movevano a commiserazione i loro curatori ed infermieri, esposti di continuo a crudeli ed intollerabili strazj, imperciocchè sebbene andassero esenti da ogni tema di contrarre il male, non avendovi esempio che uomo al servizio degli infetti ammalasse, pur tollerar dovevano penosissime fatiche ad impedire che nel delirio e’ non precipitassersi giù dal letto, o corressero ai fiumi per estinguervi lor sete ardentissima. Tale in