Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo III.djvu/363

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

LIBRO TERZO 353

quella notte alle ripetute voci che Bessa ed il presidio si fuggivano in rotta, protesto riuscire giocondissima alle sue orecchie tal nuova, ma non permise inseguirli dicendo: « E qual maggior contento spereremmo del vedere il nemico in fuga ? »

IV. Appariva l'alba nè aveavi più tema di insidie quando Totila portossi ad orare nella basilica dell'apostolo Pietro; i Gotti intanto non la perdonarono a chi che siasi avendo già uccisi di spada venti soldati e sessanta cittadini. Al re loro sul limitare del tempio venne incontro Pelagio cogli Evangeli di Cristo in mano, e tutto supplichevole: «Signore, dicea, perdona a noi». Quegli con labbro composto a riso e dandogli la baia sì rispondeva: « Ora, o Pelagio , ti fai pregatore ?» E l'altro : « Iddio m' ha destinato a servirti, e tu, o signore da quinci innanzi perdona a tuoi servi». Totila piegatosi alle istanze di lui fece comando ai Gotti di cessare da ogni strage, e serbandosi, giusta i proprj desiderj, il buono e il meglio, permise che mettessero a sacco liberamente il resto. Allora molte furono le ricchezze tolte dalle case de' patrizi, da quella di Bessa in ispecie, avendo questo scellerato demone accumulato pel nemico il danaro iniquamente raccolto colla vendita del frumento, come e stato per noi detto. I Romani di poi, compresivi gli stessi senatori, e soprattutto Rusticiana, consorte in altri tempi di Boezio e prole di Simmaco, la quale avea distribuito ai poveri ogni suo avere, vidersi condotti in istato di mendicare a frusto a frusto dagli stessi nemici la vita, con servile e grossolana veste

Procopio, tom. II. 23