Pagina:Ortiz - Letteratura romena, 1941.djvu/40

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me manifestazioni letterarie. La stampa fu dunque introdotta in Romania da un monaco montenegrino, certo Macario ai tempi del Voda Radu I. I caratteri erano fabbricati a Venezia, che anche più tardi rappresentò, come dice il Iorga («Istoria Romînilor pentru poporul romînesc». Vălenii de-Munte, 1910, p. 142) «la città dove si mandavano a stampare tutti i libri ecclesiastici per tutti i cristiani dell’Oriente, che si servivano per le cerimonie del culto della lingua paleoslava». Il taglio veneziano dei caratteri introdotti in Romania, come abbiamo visto, dal monaco Macario, si vede chiaramente dalla forma tondeggiante delle lettere e dalla loro nitidezza che rispecchia l’arte del Rinascimento e non è piccola lode per Venezia e per l’Italia di aver contribuito anche per questa via alla rinascita culturale anzi all’aprirsi alla luce della cultura di questo popolo neolatino per così lungo tempo addormentato nella notte degli influssi slavi. Una seconda tipografia fu quella appunto che fondò a Brașov il diacono Coresi. Si tratta però finora di piccole tipografie di non molta importanza, la prima delle quali (quella di Macario) per di più non istampò che libri di chiesa in paleoslavo. Dopo cinquant’anni, in cui il movimento di cultura determinato da esse fu interrotto da una sequela di guerre che turbarono profondamente la Romania, o, per esser più precisi, la Valacchia è la Moldavia, ecco due principi protettori delle arti e delle lettere che istituiscono due nuove tipografie: Matei Basarab (1633-1654) in Valacchia e Vasile Lupu (1634-1653) in Moldavia. Bisogna però aspettare la fine del secolo XVIII per trovare altri documenti della letteratura rumena che abbiano una certa importanza letteraria.

Verso la fine di questo secolo, il Metropolita Dosofteiu traduce, sempre dal paleoslavo, le «Vite dei Santi» e i «Salmi». Quest’ultima traduzione rappresenta il primo serio tentativo di render la lingua romena degna di assurgere alla forma armoniosa della poesia. Nel far questa versione Dosofteiu ebbe davanti come modello il «Salterio versificato» del polacco Giovanni Kochanowski; tuttavia, tanto nella lingua, quanto nel ritmo dei suoi versi, ci son tracce visibilissime dell’influsso che esercitava su di lui la poesia popolare e forse per questa ragione alcuni dei salmi da lui tradotti sono entrati a far parte della poesia popolare sotto le forme di bocete (lamenti funebri) o di colinde (canti di Natale).