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I.
VERONA.
Poetae tenero, papyre, dicas
Veronam veniat...
.... E vengono, o divino cantore; non si fanno
pregar troppo e si precipitano con voluttà nelle
braccia dell'incantevole Verona, nelle tue braccia,
o Lesbia, i nuovi Germani! Precisamente come i
barbari di un tempo, che, trascinati dalla forma
della tua bellezza, ascoltando da lontano i tuoi
canti di sirena, scendevano dalle Alpi a schiere
interminabili, col passo cadenzato di un esercito in
marcia, nelle corazze di ferro risonanti. Come allora:
Che cosa non ha visto la vecchia e veneranda città dell'Adige! Heine la chiama il grande «rifugio dei popoli»; noi, specialisti nel genere, la chiamiamo la «grande osteria dei popoli»; Olimpo. Walhalla, Eden a un tempo; un'osteria potente, coronata di lauro, aureolata di poesia: l'osteria d'Italia! Dammi, o Giove, un'eterna giovinezza e io vorrò andare, camminando sulle ginocchia, a Verona, sognare nel crepuscolo all'ombra del palazzo