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piccolo oste (Valpolicella, Valpantena, Bardolino), come il «selvaggio Tybolt» che cantò liberamente da Nietzsche: «Umido è tutto quanto io abbraccio, vuoto è tutto quanto io lascio; io sono certamente una botte» — essi ammucchiano e succhiano fino alle ore cinque, quando dalle vicine arche degli Scaligeri i cani marmorei, can grandi e can piccoli, abbaiano al mondo e una donna velata, col libro delle preghiere sotto il braccio e gli occhiali sul naso, appare verso il Duomo! E’ Adelaide, la pia e infervorata sposa di Arrigo IV, la più grande bacchettona che l’Adige abbia mai visto.
Ma affrettiamo il passo. Non fermiamoci dinanzi al maestoso palazzo che reca il brutto nome «Bevi lacqua».
Fu Bevilacqua che tradì Verona consegnandola al leone di S. Marco.
Beveva acqua, il Giuda: la perfida acqua scorreva nelle sue vene e nessun Tiresia potrà mai placare la sua sitibonda ombra... Avanti a sinistra, alla
Löwenbräu
in piazza Brà. Birra a Verona? Sicuro, anche birra e del resto variatio delectat. È un locale imponente, allestito perfettamente all’uso tedesco, con allegre caricature di bevitori. Dalle pareti le teste di cervo guardano con occhi rosseggianti, illuminati dalle lampadine elettriche, le tazze ri-