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colme e i camerieri in coda di rondine. Di fronte, la severa massa dell’anfiteatro; l’anfiteatro dove un tempo apparivano i Cesari e i gladiatori combattevano e il pubblico veronese si affrettava verso la Löwenbräu... Ma che sto raccontando? Prima di tutto gli antichi veronesi non conoscevano affatto la birra di Monaco, ma conoscevano soltanto il Merum Thyonianum e il Vinum Rheticum (serviti alla tavola di S. M. l’imperatore Augusto), e poi la Löwenbräu di Verona è stata fondata molto tempo dopo, come una fortezza avanzata della Baviera contro il più terribile nemico dei tedeschi: la sete. E, del resto, non è stata Verona un po’ bavarese sotto Ottone il grande? Non vi si è riunito anche il parlamento tedesco quando non v’erano ancora socialisti?
Ed ora, giù il cappello e contegno pieno di riverenza! Io ti introduco, o lettore, nel più devoto santuario di Verona, anzi dell’Italia, del mondo: io ti porto nella
Luna
(a porta S. Zeno). È proprio soltanto vino di terrestre collina quello che vi si imperla ed è servito
Dal più bel fior del Veronese piano?
E’ dunque soltanto cosa di quaggiù, custodita per noi mortali? Oh no! E’ il nettare d’Omero, venato di rosso, è Lete, è l’apoteosi di Bacco transustanziata in liquide gocce, è un solenne inno degli Dei cantato in un giorno di voluttuosa ebbrezza