Pagina:Panzini - Il romanzo della guerra, Milano, Lombardo, 1914.djvu/131

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che un italiano ammetta questa buona fede, e come vedete, mi viene il convulso.

Essi vanno a prendere la cassetta dei medicamenti d’urgenza, ed io ho perduto ancora un’altra dose di quella poca reputazione che mi resta.

— La colpa, caso mai, è del Kaiser e del militarismo teutonico, si persuada — mi sento ripetere.

Io non sono persuaso.

***

Ho incontrato per via — dopo un anno — il dottor B***; un savio e valente medico.

— Lei va in fretta, dottore, a portare la salute, e nel mondo si uccide...

— Che cose, eh! — dice sorridendo.

— Per me? Nulla. Io non ho mai creduto troppo negli uomini.

— E nemmeno io — dice seriamente il dottore.

— Davvero? Non era anche lei uno dei credenti nei felici destini umani?

o, da quando ha perso la sua fede?

— Da quando ho assistito al teatro del Popolo ai drammi di Sofocle e di Eschilo.

— Eh?

— Ma già! Quando ho visto che gli uomini di duemila e cinquecento anni fa ragionavano come adesso, ho detto: e allora dove è il progresso?