Pagina:Panzini - Viaggio di un povero letterato.djvu/160

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Ma il vero è che io quella sera non avendo aspetto nè di cavadenti, nè di tenore, nè di proprietàrio di cavalli; e d’altra parte ricordèvole di quell’esasperante puvrèin, era molto incerto sul modo di entrare in città, e presentarmi ad un albergo.

Ora capisco tutta la tua intuitiva saggezza, egrègio giòvane della ditta Darük und Sohn che mi offristi così ùtili, benchè tardivi precetti, nella gita Bologna-Scaricalàsino!

Bisognava tuttavia escogitare un qualche espediente per isfuggire familiarità democràtiche. Mi venne in mente una deplorèvole finzione, e l’ho adoperata, quella sera.

Ho simulato cioè di èssere tedesco, svìzzero, che so io; tutto fuor che italiano: poche parole dure, sempre molto impettito, e mai sorrìdere, perchè il sorriso è la più pericolosa forma di dimestichezza.

La càmera che mi fu offerta era una grande, bella e fresca càmera con buonìssimo letto.