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gaci considerazioni sulla condizione politica degli stati del Papa, sui bisogni delle popolazioni, sui rimedi che vi si potrebbero apportare «senza nulla rovesciare, senza nulla snaturare, senza nulla introdurre di incompatibile con ciò che è indispensabile mantenere. Ma» - egli soggiungeva - «ciò che sarebbe facile in sè è quasi impossibile con gli uomini e con le cose di qui. Il momento dei consigli verrà: esso non è ancora giunto. Non bisogna offrirli: bisogna che ce li domandino. Frattanto applichiamoci a fare intendere loro che essi non hanno amico più sicuro e più disinteressato della Francia, e che noi non permetteremo mai che il Papa divenga un patriarca austriaco, che noi comprendiamo la necessità del Pontificato, ecc., ecc. lo ho sempre lavorato e lavoro in questo senso e su questo punto le mie parole hanno forse più valore che quelle di chiunque altro. Essi sono convinti, e non s’ingannano, che io non amerei vedere l’Italia perdere la sola grande cosa che le resti, il Papato»1.

Le quali parole ho voluto qui riferire perchè i lettori veggano bene quando ed a quale proposito Pellegrino Rossi le scrisse; il che è necessario tanto più, quanto più numerosi sono gli scrittori stranieri e, disgraziatamente, anche nostrani che, quelle parole spostando dal momento e dal luogo in cui egli le pensò e le scrisse, gliele attribuiscono e gliele mettono sulle labbra in altro momento in cui, forse, egli non ricordava neppure nè di averle pensate, nè di averle scritte.

Intanto che il ministro Guizot si adoperava ad ottenere l’adesione del governo pontificio per effettuare il suo disegno, intanto che qualche cosa di quel divisamento del governo francese trapelava nel pubblico e qualche cosa ne andava attorno, il Rossi scriveva al Guizot da Roma che la sua situazione provvisoria presso il governo pontificio era falsa e che ne venivano menomati la sua autorità e il suo prestigio e, per conseguenza, il valore della sua azione in servizio della Francia, tanto più che «Cardinali, prelati, nobiltà tutti lo opprimevano di congratulazioni e di complimenti che egli non poteva accettare. L’uomo del Papa» - il Rossi alludeva al cav. Gaetano Moroni, più noto

  1. Lettera di P. Rossi al ministro Guizot, in data 28 settembre 1845, nelle Mémoires del Guizot stesso, loc. cit., pag. 452.