Pagina:Pellegrino Rossi e la rivoluzione romana I.pdf/139

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capitolo terzo 131

tutta la reverenza e l’ammirazione dovute all’altissimo ingegno di Tommaso Carlyle - non sono grandi soltanto perciò che ognuno di essi aveva in sè di qualità straordinarie, non sono grandi soltanto per le loro doti interiori ed individuali, ma anche per quella gran forza che veniva ad essi dall’ambiente, dal favore, dall’aiuto, dalla fiducia ed ammirazione di tutti coloro che li circondavano e il cui pensiero e i cui sentimenti si svolgevano e si agitavano all’unisono col pensiero e coi sentimenti di quegli Eroi, i quali altro non furono, in fin fine, che mirabili strumenti o della logge logicamente fatale che governa la storia, o della Provvidenza, per coloro i quali ammettono l’intervento diretto della Provvidenza nella storia.

Per Pio IX, quindi, interveniva, allora, ciò che altre volte e per altri era intervenuto. Venuto alla più alta dignità umana, nel momento in cui una grande rivoluzione si veniva maturando in Europa, nel momento, cioè, in cui due grandi fatti si venivano svolgendo nelle coscienze degl’Italiani e dei Germanici, la ricostituzione, cioè, di tre secoli ritardata, delle loro due nazionalità in grandi Stati politici, come gli altri in Europa; venuto nel momento in cui tutti i popoli volevano fruire della libertà, iniziata dalla grande rivoluzione francese del 1789 e soffocata, poi, in nome del dogmatismo feudale e autoritario, dalla Santa Alleanza nel 1815, Pio IX, che si mostrava, con l’editto del perdono, sotto parvenze fascinatrici, doveva essere - come fu - .salutato quale angelo liberatore, quale iniziatore di quella grande rivoluzione.

Considerato cosi, apprezzato per tale, egli riusci, inconsapevolmente - come ho di già accennato - ad essere il creatore di una situazione nuova, la quale si fondava, però, sopra un duplice equivoco: uno derivante dalla personalità di lui, l’altro dal duplice ufficio di Principe e di Pontefice onde egli era investito.

Giovanni Maria Mastai-Ferretti, piccolo d’animo e di intelletto, non era un Eroe; anzi tutte le doti, tutte, dalla prima fino all’ultima, gli mancavano che sono indispensabili a formare, nella storia, l’Eroe. «Mi vogliono un Napoleone, mentre io non sono che un povero curato di campagna» nota, esclamò un giorno egli

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  1. F. A. Gualterio, Gli ultimi rivolgimenti, citati, vol. V, pag. 31; N. Bianchi, Carlo Matteucci e l’Italia del suo tempo, Torino, fratelli Bocca, 1874, cap. IV, pag. 153.