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| 226 | pellegrino rossi e la rivoluzione romana |
e assicurava preoccuparsi grandemente il governo della «manchevole e pericolosa condizione finanziaria del paese» e proporsi «ristabiliti l’ordine e la quiete, di provvedere efficacemente ai rimedi», e concludeva: «Noi speriamo fra breve poter indicare dei fatti; e preferiamo narrare piú tardi, anzichè oggi predire».
Questo sommario di un programma della politica du jtcsfe milieu incontrò il pubblico favore e da una parte dei giornali, Costituzionale, Labaro, Pallade e fin’anche l’Epoca, fu approvato e lodato. Lo combatteva il Contemporaneo che «a traverso all’apparato pomposo delle frasi, intravedeva l’anima fredda, egoista, calcolatrice di interessi materiali e l’assenza degli ideali patriottici» e affermava che quello era «il linguaggio arido del sofista protestante (!) ginevrino sotto il regno materialista di Luigi Filippo»[1].
Il Don Pirlone poi faceva un quotidiano fuoco di fila, sia con gli articoletti, sia con le caricature, contro il ministero, specialmente contro il Rossi, e metteva continuamente in ridicolo, in modo più speciale, i ministri Cardinale Soglia, avvocato Cicognani e Duca Massimo.
Il Rossi, intanto, provvide perchè, giusta i voti emessi dal Consiglio dei deputati, fossero assegnati sussidi e pensioni ai volontari feriti nella passata guerra o alle vedove dei morti combattendo.
Ordinò che immediatamente si stabilissero due linee telegrafiche, l’una che da Roma, per Ancona e Bologna, facesse capo a Ferrara, l’altra da Roma a Civitavecchia: e anche di questi provvedimenti egli rendeva conto, scrivendo egli stesso nella Gazzetta di Roma del 2 ottobre, un altro bellissimo articolo[2] il quale conchiudeva con queste notevoli parole: «Voglia Iddio che le nostre speranze non siano deluse per le male passioni e gl’impeti pazzi e gli inescusabili errori che troppo altre magnifiche e giuste speranze delusero».
Ma queste ed altre provvisioni erano goccie d’acqua all’arsura onde erano tormentati i liberali italiani e romani, i quali