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Il giorno 14 stesso il Rossi pubblicava nella Gazzetta di Roma un articoletto nel quale affermava che quando «due partiti concordemente attentano, sebbene con diversi fini, a rovesciare le forme del governo costituzionale, le speranze di ogni uomo onesto sono converse nel senno e nel patriottismo dei Consigli deliberanti. L’uno di questi partiti spera di richiamare un passato a cui è impossibile il ritorno; l’altro, agitando apertamente le passioni e l’inesperienza di una parte del popolo, mira a precipitare nella dissoluzione e nell’anarchia la società intera. Ambedue comecchè differiscano nello scopo, hanno per mezzo comune il disordine. Sappiano ambedue che il governo di Sua Santità veglia sovr’essi, ed è deciso ad adempiere i suoi doveri combattendo virilmente ogni attentato che venisse mosso contro l’integrità dello statuto.

«Ciascuno di noi scorge nella riapertura dei Consigli deliberanti» — continuava il Rossi — «una garanzia dell’ordine pubblico, ed il rassodamento delle franchigie costituzionali. Dall’armonia dei rapporti fra i Consigli e il potere esecutivo dipende questo felice andamento di cose. Non sarà possibile per altro di ottenerlo pienamente, se primo pensiero dei Consigli non sia di contenere coloro che tentassero riprodurre fra di noi un episodio che, consumato altrove, non promette i migliori risultati, e volessero tener fede ad un patto celebrato inier sajphos in una vicina città. I fatti daranno la risposta. In ogni modo questi tentativi tornerebbero soltanto a danno di chi li commettesse, siccome le ingiurie personali e le invettive svergogneranno soltanto i loro autori. Il mondo ben sa che vi ha delle lodi che offendono e dei biasimi che onorano»1.

Il quale articolo, importantissimo per gli effetti che ebbe e

    certo è che, volendo aggirarsi nel circolo delle probabilità, data la situazione parlamentare e la temperatura della piazza, era molto più probabile che il ministero Rossi fosse — non ostante il g’ rande valore del suo capo — abbattuto, anzichè esso potesse sorreggersi.

  1. Gazzetta di Roma, del 14 novembre 1848. Articolo riprodotto dal Farini, dal Gabussi, dal Saffi, e riprodotto in parte da tutti gli altri storici di quegli avvenimenti, che tutti vi accennano o ne parlano, tranne da uno, dallo Spada — caso curioso! — dallo Spada, razzolatore e raccontatore delle più piccole inezie. O perchè, dunque, questo silenzio? Lo storico papalino ne avrà avuto le sue buone ragioni, che io e il mio lettore speriamo di scoprire più tardi.