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accettabile in Napoli; dove, fra Re e popolo, prendeva ogni dì più consistenza tale una sfiducia che ora mostravasi palesemente negli atti del governo e della nazione, ed ora velavasi nelle tenebre del segreto, spargendo dovunque malcontento e discordia, e minacciando da ambe le parti danno gravissimo e dissoluzione.
Erano in questo stato le cose, quando giunsero opportunamente, a rialzare l’animo dei liberali, le notizie delle costituzioni date dagli altri Principi Italiani; e, più d’ogni altro, quelle della Repubblica proclamata in Francia, e della inattesa rivoluzione di Vienna.
La Corte di Napoli allora divenne più pieghevole a concessioni e, forse anche suo malgrado, si rimise sopra una via più liberale di quella fin’allora tenuta, chiamando, nel 2 Aprile 1848, ad un nuovo ministero, uomini sul cui patriottismo e rinomanza non poteva cadere dubbio alcuno.
L’incarico di comporre il nuovo ministero fu affidato al chiarissimo storico napolitano Carlo Troya, il quale volse tosto la mente ai compromessi di Reggio, proponendo il Cav. Genoese per l’Agricoltura e Commercio, Casimiro De Lieto per le Finanze ed il Canonico Pellicano per gli Affari Ecclesiastici. E se i tre nomi dei Reggini non figurarono in appresso nella lista dei ministri, ciò avvenne per la nobile idea del cav. Federico Genoese, il quale con lealtà cavalleresca, di cui oggi è vano sperare un esempio, ci propose di profittare di quella opportunità per mostrare al pubblico che, da noi reggini, non si era innalzato il vessillo della rivoluzione per ambizione di cariche, ma per solo amore di libertà.