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Tal discorso del giovane Ruffo, toccò così vivamente le mie fibre, ed armonizzò talmente coi sentimenti del mio cuore, che ardirei asserire di averlo vinto in entusiasmo; cosa che a lui piacque moltissimo e si dichiarò soddisfatto del bel modo come aveva cominciato l’opera sua. Se non che, qual prò avrebbe potuto ottenersi dall’accordo e dal buon volere di due sole persone? Era mestieri dunque allargare in altri, quanto e come era possibile, le nostre idee ed invitare quanti più poteansi a prender parte dei nostri divisamenti. Ma in ciò era d’uopo molta prudenza e moltissima circospezione.
Fu quindi di accordo stabilito che, valendoci dei modi di organizzazione della Giovane Italia, si affidasse il segreto isolatamente a sole tre persone, dando a queste l’incarico di affidarlo ciascuno ad altre tre di sua fiducia, e queste ciascheduno ad altre tre, e così successivamente; ma, praticando in modo, che l’uno ignorasse l’associazione dell’altro.
Di fatti io mi son dato all’opra, scegliendo per primo i tre miei amici che m’ispiravano maggior fiducia: Domenico Spanò Bolani, Francesco Mantica d’Ignazio ed Q3619103, ai quali ho tutto il nostro disegno svelato e quanto erami stato riferito dal Ruffo. A dir vero, le mie dichiarazioni, a prima giunta, furono accolte con sorpresa ed incertezza per la grande difficoltà dell’impresa; ma, nonpertanto io cessai dallo insistere, nè quelli duraron molto ad accettare l’ardimentoso incarico; per guisa che, in brev’ora, furon quasi trenta gli associati; tutti scelti fra i giovani istruiti e fra quelli che offrivano nella loro vita sociale