| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| — 67 — |
più tosto attribuirsi alla dolcezza del nostro clima; imperocchè per li continui venti che anche di està sorgono nello stretto del Faro, essendo sempre la nostra atmosfera agitata e commossa, e con ciò sempre più fresca che altrove, non offre alle cicale delle nostre terre quel fortissimo calore estivo di che esse abbisognano per fare pompa di tutta la loro garrulitá. Quindi è egualmente falso, ciò che asserisce intorno alla taciturnità delle nostre cicale Diodoro Siculo[1] e quanto appresso hanno da lui trascritto Strabone[2] Plinio[3] Solino[4] ed altri; quantunque questi dicano ciò avvenire al di là del fiume Alece, attribuendone ad una vera favola il motivo.
Il nostro Morisani poi non sa dar fede a questa volgare tradizione saviamente facendo osservare, che l’Apostolo giunse a Reggio in sull’entrar di primavera, quando ancora le cicale si rimangon nascose è non dan noja col loro stridore come nella forte està.