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XI, 135 e ogni mia vergogna iui s’afisse (l. ogni vergogna deposta).
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XIII, 3 lo nome (l. monte).
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XIX, 34 e 35 Io uolsi li occhi ai buon maestro e mentre Voci come se dicesse (l. e ’l buon maestro: almen tre Voci t’ho messe).
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XXII, 105 calemitrie (l. che ha le nutrici).
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XXIII, 84 tema per tema (l. tempo per tempo).
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XXXII, 102 torma (l. Roma).
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| Par. |
I, 66 le luci eterne (l. fissi o fisse).
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X, 112 nella nea mente (l. nell’alta).
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XIV, 49 condition crescer (l. vision).
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XXIV, 64 fede è speranza (l. sustanzia)
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Queste e simili varianti, la cui importanza per fissar le famiglie dei testi a penna è manifesta, non possono venir fuori da uno spoglio di codici fatto su un ristretto numero di luoghi scelti a priori.
L’essersi limitato a uno spoglio parziale, e il non averlo esteso a tutti i codici di Francesco di ser Nardo, ha impedito al Marchesini di accorgersi di un’altra cosa molto importante; della relazione dei Danti Barberiniani colla famiglia Vaticana. Il Moore ricercò già di questa famiglia, e con buon metodo, le varianti caratteristiche; ma alcune di esse, come di là in parte ancor (Purg. XIII, 105), et e prima appetibile l’effetto Che sono in voi (XVIII 57 e 58), più dolente (XXVI 7), fiume che aspetta (XXVIII, 123), per fame (XXX, 141), torma (XXXII, 102), sono comuni ai Danti dei da Barberino, fatta eccezione per il Trivulziano 1048, Quest’altre cred’io che (Inf. XIII, 25), m’aggiunse (XVII, 96), lo fiume (Purg. XVI, 142), e l’altro patricida, (XX, 104), insieme assommi (XXI, 112), quel dunqua (XXIII, 36), gustare (XXV, 51), la donna mia a me (XXIX, 14), solo il