zione diplomatica, egli «ha creduto bene di separare le proclitiche e le enclitiche, di scriver le parole come si usa scriverle oggidí, indicando in nota come sono scritte nella pergamena»; il che porta spreco di carta e di tempo, tanto per l’editore quanto per lo studioso, e nessun vantaggio correspettivo, che, frammentario e senza titoli speciali di correttezza, quel testo non può servire se non come materiale per la ricostituzione critica della lezione genuina del Poema; e per ciò tanto è piú adoprabile, con quanta maggior fedeltà è dato. Anche inopportuna è la dottrina filologica, non sempre buona, con cui si è voluto nelle note giustificare ogni varietà grammaticale o fonetica del manoscritto di fronte all’uso moderno; meglio sarebbe stato che fosse piú perfetta la trascrizione. Poiché per quanto può dedursi dalle fotografie, piuttosto mal riuscite, nel c. XXV al v. 78 deve leggersi della vite, invece che dalla vite; al v. 88, la certo scrive, e non la circoscrive; al v. 10 del c. XXVII sarà probabilmente da intendere in su le mani commesse mi presi, come leggono altri codici della stessa famiglia, e non in su le man commesse mi protesi; e in Par. II, 16 rivolti ha il ms. invece di rivolto. Pur dobbiamo esser grati al signor Paoletti della sua utile fatica, non parendomi, come il Marchesini afferma, che questi frammenti «ricongiungendosi, anche rispetto al testo, ad una numerosa famiglia, e alla famiglia che meglio rappresenta la volgata» vengano «perciò a perdere ogni importanza»; poiché, date le varietà, cui abbiamo accennato, fra un codice e l’altro di Francesco di ser Nardo, non solo i Danti della sua mano, ma anche i loro discendenti saranno utili per riconoscere o ricostruire criticamente il capostipite di tutti quanti, o dei singoli gruppi. Al gruppo Strozziano accedono, come ben