Pagina:Pirandello - L'Umorismo, 1908.djvu/41

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III


Distinzioni sommarie


Nel Cap. VIII del libro Notes sur l’Angleterre il Taine, com’è noto, si provò a comparare l’esprit francese e quello inglese. «Non deve dirsi che essi (gl’Inglesi) non abbiano spirito, — scrisse il Taine, — ne hanno uno per conto loro, in verità poco gradevole, ma affatto originale, di sapor forte e pungente e anche un po’ amaro, come le lor bevande nazionali. Lo chiamano humour; e, in generale, è la facezia di chi, scherzando, serba un’aria grave. Questa facezia abbonda negli scritti di Swift, di Fielding, di Sterne, di Dickens, di Thackeray, di Sidney-Smith; sotto quest’aspetto, il Libro degli Snobs e le Lettere di Peter Plymley son capolavori. Se ne trova anche molto, della qualità più indigena e più aspra, in Carlyle. Essa confina ora con la caricatura buffonesca, ora col sarcasmo meditato; scuote rudemente i nervi, o s’affonda e prende stanza nella memoria. È un’opera dell’immaginazione stramba o dell’indignazione concentrata. Si piace nei contrasti stridenti, nei travestimenti impreveduti. Para la follia con gli abiti della ragione o la ragione con gli abiti della follia. Arrigo Heine, Aristofane, Rabelais e talvolta Montesquieu, fuori dell’Inghilterra, son quelli che ne hanno in più larga dose. Ma pur si deve in questi tre ultimi sottrarre un elemento straniero,