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| 356 | maschere nude |
Dottore (col sorriso di compatimento d’un competente verso gli incompetenti). Eh sí! Bisogna intendere questa speciale psicologia dei pazzi, per cui — guardi — si può essere anche sicuri che un pazzo nota, può notare benissimo un travestimento davanti a lui; e assumerlo come tale; e sissignori, tuttavia, crederci; proprio come fanno i bambini, per cui è insieme giuoco e realtà. Ho detto perciò puerile. Ma è poi complicatissimo in questo senso, ecco: che egli ha, deve avere perfettamente coscienza di essere per sé, davanti a se stesso, una Immagine: quella sua immagine là!
Allude al ritratto nella sala del trono, indicando perciò alla sua sinistra.
Belcredi. L’ha detto!
Dottore. Ecco, benissimo! — Un’immagine, a cui si sono fatte innanzi altre immagini: le nostre, mi spiego? Ora egli, nel suo delirio — acuto e lucidissimo — ha potuto avvertire subito una differenza tra la sua e le nostre: cioè, che c’era in noi, nelle nostre immagini, una finzione. E ne ha diffidato. Tutti i pazzi sono sempre armati d’una continua vigile diffidenza. Ma questo è tutto! A lui naturalmente non è potuto sembrare pietoso questo nostro giuoco, fatto attorno al suo. E il suo a noi s’è mostrato tanto piú tragico, quanto piú egli, quasi a sfida — mi spiego? — indotto dalla diffidenza, ce l’ha voluto scoprire appunto come un giuoco; anche il suo, sissignori, venendoci avanti con un po’ di tintura sulle tempie e sulle guance, e dicendoci che se l’era data apposta, per ridere!
Donna Matilde (scattando di nuovo). No. Non è questo, dottore! Non è questo! non è questo!
Dottore. Ma come non è questo?
Donna Matilde (recisa, vibrante). Io sono sicurissima ch’egli m’ha riconosciuta!
Dottore. Non è possibile... non è possibile...
Belcredi (contemporaneamente). Ma che!
Donna Matilde (ancora piú recisa, quasi convulsa). M’ha riconosciuta, vi dico. Quand’è venuto a parlarmi da vicino, guardandomi negli occhi, proprio dentro gli occhi — m’ha riconosciuta!
Belcredi. Ma se parlava di vostra figlia...