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| XIII. — Paura d’esser felice. | 145 |
Il Feroni poi aveva ragioni sue particolari di recarsi a dispetto quella probità, o prudenza che fosse, della vecchia tartaruga, e per un po’ si compiaceva delle ridicole e disperate spinte ch’essa tirava nel vuoto così riversa, e alla fine, stanco di vederla soffrire, le soleva allungare un solennissimo calcio.
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Mai, mai nessuno che avesse voluto dare a lui una mano in tutti i suoi sforzi per salire.
E tuttavia, neppure di questo si sarebbe in fondo doluto molto Fabio Feroni, conoscendo le aspre difficoltà dell’esistenza e l’egoismo che ne deriva agli uomini, se nella vita non gli fosse toccato di fare un’altra ben più triste esperienza, per la quale gli pareva d’aver quasi acquistato un diritto, se non proprio all’ajuto, almeno alla commiserazione altrui.
E l’esperienza era questa: che, ad onta di tutte le sue diligenze, sempre, com’egli era proprio lì lì per raggiunger lo scopo a cui per tanto tempo aveva teso con tutte le forze dell’anima, accorto, paziente e tenace, sempre il caso con lo scatto improvviso d’un saltamartino, s’era divertito a buttarlo riverso a pancia all’aria — proprio come quella tartaruga lì.
Giuoco feroce. Una ventata, un buffetto, una scrollatina, sul più bello, e giù tutto.
Nè era da dire che le sue cadute improvvise meritassero scarsa commiserazione per la modestia delle sue aspirazioni. Prima di tutto, non sempre, come in questi ultimi tempi, erano state modeste le sue aspirazioni. Ma poi... — sì, certo, quanto più dall’alto, tanto più dolorose, le cadute — ma quella d’una formica da uno sterpo alto due palmi, non