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| XIII. — Paura d’esser felice. | 147 |
Quando poi il caso, all’improvviso, immancabilmente, dava a essi il solito sgambetto, egli n’aveva sì un soprassalto, ma fingeva che fosse una scrollatina di spalle e rideva agro e annegava il dolore nella soddisfazione sapor d’acqua di mare di non aver punto sperato, punto desiderato, di non essersi illuso per nientissimo affatto; e che perciò quel demoniaccio del caso questa volta, eh no, questa volta non gliel’aveva fatta davvero!
— Ma si capisce! Ma si capisce! — diceva in questi momenti agli amici, ai conoscenti, suoi compagni d’ufficio, là nella biblioteca ov’era impiegato.
Gli amici lo guardavano senza comprender bene che cosa si dovesse capire.
— Ma non vedete? È caduto il Ministero! — soggiungeva il Feroni. — E si capisce! —
Pareva che lui solo capisse le cose più assurde e inverosimili, da che non sperando più, per così dire, direttamente, ma coltivando per passatempo speranze immaginarie, speranze che avrebbe potuto avere e non aveva, illusioni che avrebbe potuto farsi e non si faceva, s’era messo a scoprire le più strambe relazioni di cause e d’effetti per ogni minimo che; e oggi era la caduta del Ministero, e domani la venuta dello Scià di Persia a Roma, e doman l’altro l’interruzione della corrente elettrica che aveva lasciato al bujo per mezz’ora la città.
Insomma, Fabio Feroni s’era ormai fissato in ciò che egli chiamava lo scatto del saltamartino; e, così fissato, era caduto in preda naturalmente alle più stravaganti superstizioni, che, distornandolo sempre più dalle sue antiche, riposate meditazioni filosofiche, gli avevan fatto commettere più d’una vera e propria stranezza e leggerezze senza fine.
| 10. — Pirandello. Novelle per un anno. — IX. |