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| 156 | Novelle per un anno. |
bambino s’affannava a salire e a ridiscendere gli scalini troppo alti per lui e, reggendosi con una manina paffuta al muro, a ogni scalino, rimbalzando tutto fin nelle gote e sorridendo con la boccuccia sdentata, emetteva una vocina frale:
— E-eh! —
Puteva di piscio, carinello, ma non lo sapeva.
Altri due ragazzi, giocando tra loro a piè della scala, vennero a lite; la madre allora tra gli zittii della ressa, dovette scendere e portarseli via. Li picchiò, appena fuori, stizzita di non poter assistere per causa loro a quello spettacolo.
— Ah, i figli, che croce! —
Dopo l’umile saletta, un modestissimo salotto: in mezzo a questo, un letto, messo su alla meglio, tra la fretta e lo spavento.
I primi visitatori si spinsero a guardare, uno dietro l’altro, di su la soglia dell’uscio; ma non poterono vedere che le gambe del moribondo, intere fino al grosso volume paonazzo e villoso degli organi genitali; e si strinsero tra loro istintivamente dal ribrezzo che pur li attirava a guardare. Due infermieri avevano sollevato il lenzuolo da piedi, e lo reggevano alto in modo da impedir la vista del volto a chi guardasse dall’uscio.
— Ma che gli fanno? Perchè? — domandò qualcuno.
Nessuno lo seppe dire. Unica risposta, di là dal lenzuolo levato, il rantolo del moribondo, che pareva si lagnasse così d’una crudele e sconcia violenza che stessero a fargli inutilmente, profittando che non si poteva più muovere.
Intanto, altri visitatori sopraggiungevano.