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| XIV. — Visitare gl’infermi. | 161 |
puliti a dovere. Poi fecero dare una spruzzata d’aceto alla camera.
Gaspare Naldi, di corporatura potente, sorretto il busto da una pila di guanciali, con una vescica di ghiaccio in capo, il volto paonazzo, aveva schiuso gli occhi insanguati e guardava un po’ accigliato, quasi per uno sforzo di riconoscere colui che s’era chinato sul letto a spiarlo negli occhi.
— Gaspare! Gaspare! — chiamò il fratello, con la speranza, nella voce, che il colpito lo udisse.
Ma il morente seguitò a guardarlo ancora un pezzo, accigliato; poi contrasse, come in un mezzo sorriso, la sola guancia sinistra e aprì alquanto la bocca da questo lato; si provò a far più volte spracche con la lingua inceppata, come se volesse inghiottire, ed emise un suono inarticolato, tra il gemito e il sospiro, richiudendo lentamente le pàlpebre.
— M’ha riconosciuto! — disse allora piano Carlo Naldi agl’infermieri seduti alle sponde del letto, quasi non credendo a se stesso. — Vuol parlare, e non può! M’ha riconosciuto! —
Sopraffatto di nuovo dal coma, il moribondo si rimise subito dopo a rantolare.
— Dottore, ha visto? M’ha riconosciuto! — ripetè il Naldi al giovine medico Matteo Bax lasciato di guardia dagli altri tre medici curanti.
— Come no? Sissignore! — disse il Bax, sorgendo in piedi militarmente e sgranando gli occhi ceruli, vitrei, da matto.
— Stia, stia seduto....
— No, dovere, che c’entra? La conoscenza, nossignore, non l’ha perduta ancora del tutto. Ogni tanto, qualche lucido intervallo....
— C’è speranza, dunque?