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| XIV. — Visitare gl’infermi. | 165 |
per dar modo ai ragazzi di fare alle sassate.... Chi li stende? Debbono stendersi da sè?
— Basta, certamente, — interloquì per metter pace l’ometto calvo, — il povero Naldi avrebbe potuto vivere due, tre, cinque.... magari dieci anni ancora!
— Si sa! Certo! È così! — approvarono a bassa voce alcuni.
— Contradizioni inesplicabili! — esclamò il Deodati. — Ma già.... è inutile! La fatalità.... Si ha un bel guardarsi di tutto e aver cura timorosa.... e meticolosa, della propria salute.... arriva il giorno destinato, e addio.... —
L’uomo miope, senza collo, a questa osservazione si alzò; sbuffò forte, approvando col capo; non ne poteva più; e andò ad affacciarsi al balcone. Gli pareva che tutti, parlando del Naldi, leggessero la condanna a lui. Eppure non se ne andava; restava lì, come se qualcuno ve lo costringesse.
Altri del crocchio si opposero all’osservazione del Deodati, e allora venne fuori, intercalata d’aneddoti personali, la vita del Naldi in quegli ultimi anni, da che egli cioè, guarito miracolosamente d’una polmonite, s’era ritirato in campagna con la famiglia, per consiglio dei medici, i quali gli avevano assolutamente proibito d’attendere agli affari. Per qualche tempo il Naldi, sì, aveva seguito la prescrizione, vivendo come un patriarca in mezzo alla numerosa famiglia e ai contadini, curando scrupolosamente la salute. S’era finanche provvisto d’una piccola farmacia e d’una bibliotechina medica, con l’ajuto delle quali s’era dilettato di tanto in tanto, a un bisogno, a far da medico alla moglie, ai figliuoli, ai contadini suoi dipendenti, là a Val Mazzara.
— Che aria!