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| XIV. — Visitare gl’infermi. | 167 |
tutti si voltarono a guardarlo. Il piccolo De Petri, atteggiato di mestizia, gli domandò:
— A che siamo? —
Il Bax aprì le braccia in risposta, chiudendo gli occhi e traendo un gran sospiro.
— Ma c’è tempo?
— Signor mio, non si può dire!
— Su per giù....
— Nulla.... nulla.... — rispose il giovane medico, infastidito. — Da un momento all’altro può sopravvenire la paralisi cardiaca. Se non sopravviene, ne avremo a lungo. —
“Non chiamerei questo medico, neppure in punto di morte!„ disse tra sè il De Petri stizzito.
Alcuni si mossero per andar via: non potevano farne a meno: erano attesi in casa per la cena. Ma, prima d’andarsene, vollero rivedere il moribondo, ed entrarono nel salotto, col cappello in mano, in punta di piedi. Contemplarono un pezzo in silenzio il giacente, a cui il nipote introduceva tra le labbra, cautamente, un cucchiajo a metà pieno d’una mistura rosea. Il moribondo continuava a rantolar sordamente, facendo gorgogliar la mistura nella gola, come se si divertisse a fare un gargarismo.
Ritornarono poco dopo, per la visita serale, i tre medici curanti. A uno a uno, appena arrivati, consultarono a lungo i polsi del colpito, prima il destro, poi il sinistro, tra il silenzio religioso degli astanti che spiavano ogni loro movimento, come in attesa d’un responso fatale, inappellabile. Il giovane dottor Bax riferiva in breve a bassa voce ai tre colleghi, che dimostravano di non prestargli ascolto, lo stato dell’infermo durante la loro assenza.
— Zitto, collega: va bene! — disse, seccato, il più