Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/212

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 196 —

sarà divenuto ancora più solido per le ottenute vittorie; e quando l’epoca della sua missione sarà compita, chi potrà imporgli di cedere il posto alla Costituente? Così la libertà conquistata a prezzo di tante vittime, di tanti sacrifizii sarà in balìa di uno o più individui, dalla cui buona fede dipenderà la sorte della nazione.

Ma chi ignora quanto sia facile che nella mente dei dittatori surga l’idea che essi siano necessarii all’Italia, che abbiano una missione da compiere? Se tale idea diventa sentimento, eglino trucideranno e si lascieranno trucidare prima di abbandonare il seggio dittatoriale. L’amore stesso del paese, e la natura umana generano un tale sentimento. Ognuno credendo le proprie idee le migliori, crederà fare il bene della patria costringendola ad accettarle. Chiunque è al potere (esclusi quei tiranni che per salvezza personale cercano tutto colpire perchè di tutto temono) crede in ogni suo atto fare cosa utile o almeno necessaria al paese. Nel 1494 i fiorentini cacciarono i principi, e per porre rimedio a’ tanti mali da cui erano gravati, confidarono pieni poteri a coloro che credevano atti a governarli. Ma ad onta del continuo cangiar di governanti, scegliendo coloro i quali con maggior veemenza declamavano contro cotesti mali, andarono sempre di male in peggio. D’onde l’adagio italiano: costoro hanno un’anima in piazza ed un’altra in palazzo. E pure il torto non era di coloro che erano assunti al potere. Un uomo non può cangiare mai totalmente i rapporti stabiliti dal lungo lavoro de’ secoli. Solo una rivoluzione può farlo. I Fiorentini avevano nelle loro mani il modo di sciogliere il problema, dichiarandosi e rendendosi di fatto liberi ed uguali: la nazione sola poteva far ciò, non mai un individuo. I mali scaturivano da un solo fatto, i pochi straordinariamente ricchi, moltissimi mendichi, nè vi erano governanti che valessero a dissipare tale mostruosità.