Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/219

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Dimostrato come la dittatura altro non sia che una contraddizione con sè medesima per un popolo che aspiri a libertà, come sia impotente a produrre il bene e scaturigine d’ogni male, come nasconda in sè medesima grandissimi perigli, ora ci faremo a dimostrarla impotente affatto a dirigere la guerra.

L’Italia potrà vincere solo a patto, il dice Mazzini, che la lotta sia lotta di giganti; abbiamo adunque bisogno di capi, i quali suppliscano con l’ingegno e con l’energia al difetto del materiale, alla propria inesperienza ed a quella delle soldatesche; di capi i quali non si credono impacciati, non sanno giovarsi delle passioni che bollono nel popolo. Tali capi, ora che rivoluzione non v’è, non esistono, ma non mancheranno certamente fra i 25 milioni d’italiani. Quale stoltezza cercarli prima? I generali sono figli, e non padri della rivoluzione. Ma come sperare che sorgessero cotesti eroi, coteste folgori, se la dittatura verrà ben tosto a calmare la tempesta, ad ammorzare col suo soffio tiepido le passioni? Gli eroi non escono nè dai guardinfanti delle corti, nè dalla camera d’un dittatore, ma dal fermento delle passioni popolari. Se tutto dovrà piegarsi al volere d’un uomo, le forti passioni sono impossibili, ed impossibili per conseguenza gli eroi.

Oltrecchè, i dittatori, che verranno sostituiti alla nazione, come conosceranno le numerose capacità che l’Italia nasconde dalle Alpi al Lilibeo? La loro scelta dovrà aggirarsi nell’angusto campo dei loro aderenti, ed a questi, non già ai più capaci, verranno affidate le sorti della nazione, perchè, non essendo militari, non potranno essere giudici competenti, e perchè la preferenza verrà naturalmente accordata a colui che sia più amico, più simpatico, per docilità e per dottrina ai dittatori.