Pagina:Platone - Fedro, Dalbono, 1869.djvu/95

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ridere, e disse ch’egli solo aveva trovato quelle di che aveva bisogno l’arte del discorso; bisogno nè di lunghezza, nè di brevità, ma del giusto mezzo.

Fed. O Prodico, veramente da uomo sapientissimo!

Socr. E non ricorderemo Ippia36? perchè io tengo che lo straniero di Elea sia della stessa opinione di Prodico.

Fed. Come no?

Socr. E che cosa diremo della musica oratoria di Polo37, il quale si appropriò quelle così dette ripetizioni, sentenze, immagini, e quelle parole delle quali fu Licinnio38 che gli fece il dono, per dargli con esse l’armonia del discorso?

Fed. Ma non erano, o Socrate, della stessa specie le forme usate da Protagora?

Socr. O figliuol mio, costui aveva una certa dizione corretta, e molte altre e belle qualità; ma a me pare che la robustezza del dire di quello di Calcedonia39 fosse maggiore per arte in quei discorsi che movevano a compassione sulla vecchiezza e la povertà; ed egli era uomo valente ad infiammare ad ira la moltitudine, e ad un tempo, come per incanto, calmare di nuovo gli adirati, secondo diceva, e potentissimo era in tutt’i modi a muovere le accuse e ribatterle. Ma in quanto alla fine delle orazioni, pare che tutti abbiano una opinione comune, alla qual fine taluni