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Pagina:Poe - Racconti Straordinari, traduzione di Decio Cinti, Milano, 1920.djvu/11

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la sua abitudine; ma, come dovevo aspettarmi, fuggiva con estremo terrore quando io mi avvicinavo. Mi rimaneva abbastanza del mio cuore di una volta, perchè dapprima mi sentissi afflitto per quell’evidente antipatia da parte di una creatura che mi aveva amato tanto. Ma a questo sentimento successe presto l’irritazione. E allora apparve, come per la mia caduta finale e irrevocabile, lo spirito di PERVERSITÀ. Di questo spirito, la filosofia non tiene calcolo, affatto. Eppure, certamente com'è certo che la mia anima esiste, la perversità è, credo, uno degl’impulsi primitivi del cuore umano, una delle indivisibili prime facoltà, o sentimenti, che imprimono una direzione al carattere dell’uomo. Chi non si sorprese cento volte a commettere una azione insensata o bassa, unicamente perchè sapeva di dovere non commetterla? Non abbiamo forse una perpetua inclinazione, nonostante l’eccellenza del nostro criterio, a violare ciò che è la Legge, semplicemente perchè comprendiamo che è la Legge? Codesto spirito di perversità, dicevo, venne a determinare il mio sfacelo finale.

Fu quel desiderio ardente, imperscrutabile che ha l’anima di tormentare sé stessa, di violentare la propria natura, di fare il male soltanto per amore del male, che mi spinse a continuare e finalmente a consumare il supplizio che avevo inflitto all’inoffensivo animale. Una mattina, a sangue freddo, gli posi intorno al collo un nodo scorsoio e lo appiccai ad un ramo d’un albero; — lo appiccai, cogli occhi pieni di lagrime, col più amaro rimorso nel cuore; lo appiccai perchè sapevo che mi aveva amato, e perchè sentivo che non mi aveva dato alcun motivo di collera; lo impiccai perchè sapevo che facendo così commettevo un peccato, — un peccato mortale che comprometteva la mia anima immortale, tanto da porla, dato che ciò fosse possibile, anche al di là della misericordia del Dio Misericordiosissimo e Terribile.

Nella notte che seguì il giorno in cui fu commessa quell’azione crudele, mi strappò dal sonno il grido «Al fuoco!». Le cortine del mio letto erano in fiamme. Tutta la casa bruciava. Solo con grande difficoltà scampammo dall’incendio, — mia moglie, un domestico ed io. La distruzione fu completa. Tutta la mia sostanza fu perduta, e da allora io mi abbandonai alla disperazione.

Non cerco di stabilire una relazione di causa ed effetto fra l’atrocità ed il disastro; sono superiore a una tale debolezza. Ma riferisco una catena di fatti, e non voglio trascurare nemmeno un anello. Il giorno successivo a quello dell’incendio, visitai le rovine. I muri erano crollati, eccettuato uno solo; e quest’unica eccezione era una parete interna, non molto grossa, situata press’a poco in mezzo alla casa e contro la quale era appoggiato il mio letto. La muratura di essa aveva in gran parte resistito all’azione del fuoco, — forse perchè, pensai, era stata recentemente rimessa a nuovo. Intorno a quel muro, la folla si accalcava, e parecchie persone pareva ne esaminassero specialmente una parte, con una minuziosa e viva attenzione. Le parole: «Strano!», «Singolare!», ed altre simili espressioni che udii, eccitarono la mia curiosità. Mi avvicinai, e vidi, simile a un bassorilievo scolpito sulla superficie bianca, la figura di un gigantesco