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Pagina:Poe - Racconti Straordinari, traduzione di Decio Cinti, Milano, 1920.djvu/12

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gatto. L’immagine era resa con un’esattezza veramente meravigliosa. Intorno al collo dell’animale, c’era una corda.

Dapprima, al vedere quell’apparizione, — poichè non potevo considerare ciò altrimenti che come un’apparizione, — il mio stupore e il mio terrore furono estremi. Ma, finalmente, la riflessione mi venne in aiuto. Il gatto, me ne ricordavo, era stato appiccato in un giardino adiacente alla casa. Alle prime grida d’allarme, quel giardino era stato invaso dalla folla, e l’animale, forse staccato dall’albero da qualcuno, doveva esser stato gettato nella mia camera da una finestra aperta. Questo era stato fatto, certamente allo scopo di svegliarmi. Il crollo degli altri muri aveva compresso la vittima della mia crudeltà nello spessore dell’intonaco ancora fresco; la calce, combinata con le fiamme e con l’ammoniaca del cadavere, aveva prodotto l’immagine quale la vedevo.

Quantunque soddisfacessi così, rapidamente, la mia ragione, se non completamente la mia coscienza, circa il fatto sorprendente a cui ho accennato, esso produsse nondimeno nella mia immaginazione una impressione profonda. Per molti mesi non riuscii a sbarazzarmi del fantasma del gatto; e durante quel periodo mi tornò nell’anima un vago sentimento che pareva, ma che non era il rimorso. Giunsi finanche a deplorare la perdita dell’animale, e a cercare intorno a me, nelle taverne spregevolissime che ora frequentavo assiduamente, un altro favorito della stessa specie, e di un aspetto press’a poco simile, per sostituirlo.

Una notte, mentre ero seduto, come stupefatto, in un antro più che infame, la mia attenzione fu improvvisamente attratta da un oggetto nero che si vedeva, immoto, sopra una delle immense botti di gin o di rhum che costituivano il principale arredamento della taverna. Da alcuni minuti guardavo fissamente la parte superiore di quella botte, e ciò che ora mi sorprendeva era il fatto di non avere ancora distinto l’oggetto che vi stava sopra. Mi avvicinai, e lo toccai con la mano. — Era un gatto nero; — un grossissimo gatto, — grosso almeno quanto Plutone, al quale assomigliava in modo assoluto, fatta eccezione per un solo punto. Plutone non aveva neppure un pelo bianco su tutto il corpo; quest’altro gatto, invece, aveva una macchia bianca e larga, ma di una forma indecisa, che gli copriva quasi tutto il petto.

Non appena l’ebbi toccato, s’alzò di scatto, fece le fusa, forte, si strofinò contro la mia mano, e parve contentissimo della mia attenzione. Quella era dunque, veramente, la creatura di cui andavo in cerca. Offrii immediatamente al padrone della bettola di comprare il gatto; ma quell’uomo non lo conosceva, non l’aveva mai visto prima di quella sera.

Io continuai ad accarezzare l’animale, che, quando mi accinsi a rincasare, sì mostrò disposto ad accompagnarmi. Gli permisi di farlo, abbassandomi di tanto in tanto a fargli delle carezze, lungo la via. Giunto con me a casa mia, vi si assuefece subito e divenne grande amico di mia moglie.

Per conto mio, non tardai a sentir sorgere in me un’antipatia contro di lui. Era appunto il contrario di ciò che avevo sperato; ma, — e non so come nè perchè questo avvenne — la sua evidente tenerezza verso di me mi ripugnava, quasi, e mi stancava. A gradi