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arrivo ed aveva reso tanto tempestoso il canale, da vietarci anche solo di pensare d’attraversarlo. In circostanze simili, saremmo stati trascinati al largo ad onta di tutto (poichè i gorghi ci sballottavano qua e là con tale violenza, che già ci eravamo spostati sulla nostra ancora stirata e sformata), se non fossimo andati alla deriva in una di quelle innumerevoli correnti che si formano, oggi qui, domani altrove, e che ci condusse sotto Flimen, dove per fortuna potemmo ancorarci di nuovo.
«Non vi dirò nemmeno la ventesima parte dei pericoli a cui ci esponemmo per le nostre pesche. Questi sono brutti paraggi anche quando è buon tempo. Vi dirò solo che riuscivamo sempre a sfidare il Moskoe-Strom senza disgrazie. Nondimeno, talvolta il cuore mi saliva alla gola, se ci accadeva d’essere anche solo di un minuto in anticipo o in ritardo relativamente al breve periodo di calma. Qualche volta il vento non era forte come avevamo sperato alla partenza, e allora andavamo meno veloci di quanto avremmo voluto mentre la corrente rendeva più difficile guidare l’imbarcazione.
«Il mio fratello maggiore aveva un figliuolo di diciotto anni, e anch’io avevo due figli, quasi della stessa età. Essi ci sarebbero stati di grande aiuto, in simili casi, sia che avessero presi i remi, sia che avessero pescato a poppa; — ma, veramente, pure adattandoci a rischiare la nostra vita non avevamo il coraggio di esporre al pericolo quei ragazzi. Infatti, tutto considerato, era sempre un tremendo pericolo; questa è la pura verità.
«Tre anni or sono, tre anni meno pochi giorni, accadde ciò che sto per raccontarvi. Era il 10 luglio 418..., — un giorno che gli abitanti di questi luoghi non dimenticheranno mai, — poichè fu un giorno in cui imperversò la tempesta più orribile che sia mai piombata giù dalla cupola del cielo. Pure, per tutta la mattina ed anche per gran parte del pomeriggio, avevamo avuto una buona brezza di sud-ovest, e splendeva un sole magnifico, tanto che il più vecchio lupo di mare non avrebbe potuto prevedere ciò che stava per avvenire.
«I miei fratelli ed io eravamo passati fra le isole alle due pomeridiane circa, e in breve fummo carichi di bellissimo pesce, che — l’avevamo notato tutti e tre, — era, quel giorno, più abbondante che non fosse mai stato. Erano esattamente le sette, al mio orologio, quando ritirammo l’ancora pel ritorno, in modo da attraversare la parte più pericolosa dello Strom nell’intervallo di calma delle acque, che sapevamo di dover aspettare per le otto.
«Partimmo con una buona brezza a tribordo, e, per qualche tempo filammo tranquilamente, senza pensare affatto al pericolo, poichè in realtà non vedevamo la benchè minima causa di apprensione. Ad un tratto, fummo investiti da un colpo di vento che veniva da Helseggen. Era qualche cosa di assolutamente straordinario, — nulla di simile ci era mai accaduto, — ed io cominciavo ad essere un po’ inquieto, senza sapere esattamente perchè. Facemmo la manovra necessaria, ma non riuscimmo in alcun modo a fendere i gorghi, ed io stavo già per proporre di ritornare all’ancoraggio, quando, guardando a poppa, vedemmo tutto l’orizzonte coperto da una nuvola singolare, color di rame, che saliva con sorprendente velocità.