| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| 189 |
«Meno di due minuti dopo, sentimmo a un tratto che il mare si calmava, e fummo coperti di schiuma. Il battello fece un brusco mezzo giro a babordo, e partì come un fulmine in quella nuova direzione. In quello stesso momento, il ruggito delle acque si perse in una specie di clamore acuto, — di cui potete farvi un concetto immaginando le valvole di molte migliaia di piroscafi, che lasciassero sfuggire tutte insieme il vapore. Eravamo allora nel cerchio tumultuoso che sempre circonda il vortice; ed io credevo, naturalmente, che in un secondo dovessimo precipitare nel baratro, in fondo al quale non potevamo vedere distintamente, per la velocità prodigiosa con la quale vi eravamo trascinati. Pareva che lo scafo non fosse nell’acqua, ma vi passasse sopra, radendola, come una bolla d’aria roteante sulla superficie di un’ondata. Avevamo il vortice a tribordo, e a babordo si ergeva il vasto Oceano che da poco avevamo lasciato. Esso si ergeva come un muro gigantesco, torcendosi fra noi e l’orizzonte.
«Questo può sembrare strano, ma allora, quando fummo dentro la gola dell’abisso, io mi sentii più padrone di me, che non mentre ci eravamo avvicinati ad essa. Avendo ormai rinunciato ad ogni speranza, fui liberato da una gran parte di quel terrore che dapprima mi aveva schiacciato. Suppongo fosse la disperazione che m’irrigidiva i nervi.
«Vi parrà forse una fanfaronata, ma ciò che vi dico è la verità: io cominciavo a pensare che il morire a quel modo era una cosa magnifica e che era stoltezza, da parte mia, l’occuparmi di un interesse volgare come la mia conservazione, di fronte ad una sì prodigiosa manifestazione della potenza di Dio. Arrossii dalla vergogna, credo, quando questo pensiero mi attraversò la mente. Poco dopo, fui posseduto dalla più ardente curiosità relativamente al vortice. Sentii positivamente il desiderio di esplorare le sue profondità, anche a costo del sacrificio della mia vita. Il mio maggior cruccio era il pensare che non avrei mai potuto raccontare ai mie vecchi compagni i misteri che stavo per conoscere. Erano, certo, singolari pensieri, nella mente di un uomo in quell’estrema condizione, e pensai molte volte, dopo, che il girare del bastimento intorno all’abisso doveva avermi alquanto stordito.
«Vi fu anche un’altra circostanza che contribuì a rendermi padrone di me stesso; fu la completa cessazione del vento, il quale non poteva più investirci dove ormai eravamo. Infatti, come potete vedere, il gran cerchio di schiuma è considerevolmente al disopra del livello generale dell’Oceano, e questo ci dominava, ora, come la cresta di un’alta e nera montagna. Se non vi siete mai trovato in mare durante una violenta tempesta non potete avere una idea del turbamento che produce nello spirito l’azione simultanea del vento e delle acque sollevate. Si è acciecati, storditi, strozzati, e si perde ogni facoltà di riflessione. Ma noi non subivamo più alcuno di questi fenomeni, — come i poveri condannati a morte, ai quali vengono concessi, nella prigione, certi piccoli favori che non potevano ottenere prima che fosse pronunciata la sentenza.
«Quante volte facemmo il giro di quel cerchio? Mi è imposibile dirlo. Corremmo intorno all’abisso per quasi un’ora. Volavamo, più che non galleg-