| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| 198 |
niva presa per una parrucca. Il suo temperamento era singolarmente nervoso e lo rendeva un eccellente soggetto per gli esperimenti magnetici. In due o tre occasioni, io lo avevo addormentato senza grande difficoltà; ma ero rimasto deluso, poi, relativamente agli altri risultati che la sua costituzione speciale mi aveva fatto sperare. La sua volontà non era mai positivamente nè interamente sottomessa alla mia influenza, e, in fatto di chiaroveggenza, non ero riuscito, con lui, a far nulla di significante. Avevo sempre attribuito il mio insuccesso su tali punti alle sue condizioni di salute. Alcuni mesi prima del giorno in cui ci eravamo conosciuti, i medici l’avevano dichiarato colpito da una tisi ben caratterizzata. Veramente, era un’abitudine, da parte sua, il parlare con molta freddezza della sua prossima fine, come di una cosa che non poteva essere evitata.
Quando i pensieri a cui ho poc’anzi accennato mi s’affacciarono alla mente per la prima volta, fu naturalissimo che io pensassi subito al signor Valdemar. Mi era troppo nota la solida filosofia di quell’uomo, per temere degli scrupoli da parte sua, ed egli non aveva parenti, in America, i quali potessero plausibilmente opporsi all’esperimento. Gli parlai francamente della cosa, e, con mia grande sorpresa, egli mostrò d’interessarsene moltissimo. Dico con mia grande sorpresa, poichè, quantunque avesse sempre cortesemente abbandonata la sua persona ai miei esperimenti, non aveva mai manifestato simpatia per gli studi ai quali mi dedicavo. La sua malattia era di quelle che ammettono un calcolo esatto relativamente all’epoca del loro epilogo; e, alla fine di quel colloquio, rimase stabilito fra noi che egli mi avrebbe mandato a chiamare ventiquattro ore prima del termine previsto dai medici per la sua morte.
Sono ormai passati più di sette mesi da quando ricevetti dal signor Valdemar il seguente biglietto:
- «Mio caro P...,
«Potete benissimo venire adesso. D... ed F... sono d’accordo nell’affermare che domani non andrò oltre la mezzanotte; e credo che, press’a poco, il loro calcolo non sia errato.
Valdemar.»
Ebbi quel biglietto a mezz’ora di distanza da quando mi era stato scritto, e, in quindici minuti tutt’al più, giunsi nella camera del moribondo. Non l’avevo veduto da quindici giorni, e fui sgomentato dalla terribile alterazione ch’era avvenuta in lui in quel breve intervallo. La sua faccia era di un colore plumbeo; gli occhi erano totalmente spenti, e la magrezza era divenuta tale che gli zigomi avevano rotta la pelle. L’espettorazione era abbondantissima; il polso si sentiva appena. Egli conservava tuttavia in modo singolarissimo tutte le sue facoltà psichiche e una certa quantità di forza fisica. Parlava con chiarezza, prendeva senza aiuto delle medicine palliative, — e, quando entrai nella camera, era intento a scrivere delle note in un taccuino. Era appoggiato, nel letto, a parecchi guanciali, e i dottori D... ed F... gli prestavano le loro cure.
Dopo aver stretta la mano a Valdemar, trassi in disparte quei signori, e ottenni da loro un’esatta relazione sulle condizioni dell’ammalato. Il polmone sinistro era da diciotto mesi in uno