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Pagina:Poe - Racconti Straordinari, traduzione di Decio Cinti, Milano, 1920.djvu/197

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stato semi-osseo o cartilaginoso, e quindi assolutamente inetto a qualsiasi funzione vitale. Il destro, nella sua regione superiore, si era anch’esso ossificato, se non totalmente, almeno in parte, mentre la parte inferiore non era più che un ammasso di tubercoli purulenti ed uniti. Esistevano alcune perforazioni profonde, e, in un certo punto, c’era aderenza permanente delle costole. Questi fenomeni del lato destro erano di epoca relativamente recente. L’ossificazione aveva progredito, con una rapidità assolutamente insolita; un mese prima, non se ne era scoperto alcun sintomo, — e l’aderenza era stata notata soltanto negli ultimi tre giorni. Indipendentemente dalla tisi, si sospettava l’esistenza di un aneurisma dell’aorta, ma, su questo, i sintomi di ossificazione rendevano impossibile qualunque diagnostico esatto. L’opinione dei due medici era che il signor Valdemar sarebbe morto l’indomani, domenica, verso mezzanotte. Erano le sette di sera del sabato.

Staccandosi dal letto del moribondo per parlarmi, i dottori D... ed F... gli avevano dato un supremo addio. Non avevano intenzione di ritornare, ma cedendo a una mia preghiera acconsentirono a venire ancora a vedere il paziente verso le dieci.

Quando se ne furono andati, io conversai liberamente col signor Valdemar della sua morte prossima, e più particolarmente dell’esperimento che ci eravamo proposto. Egli si mostrò ancora pieno di buon volere; manifestò anzi un vivo desiderio di quell’esperimento e insistè perchè cominciassi subito. Due domestici, un uomo e una donna, erano presenti, per prestare le cure necessarie; ma io non mi sentivo completamente libero di accingermi ad un’impresa tanto grave senza altre testimonianze più importanti di quelle che avrebbero potuto fornire quelle due persone in caso di accidente improvviso. Rimandai dunque l’operazione alle otto, ma il sopraggiungere di uno studente in medicina che conoscevo bene, il signor Teodoro L... mi tolse definitivamente dall’imbarazzo. Dapprima avevo quasi deciso di aspettare i medici; ma fui indotto a cominciare immediatamente, anzitutto dalle sollecitazioni del signor Valdemar, e inoltre dalla mia convinzione che non ci fosse un momento da perdere, dato che l’ammalato evidentemente se ne andava.

Il signor L... fu tanto cortese da aderire subito al mio desiderio ch’egli prendesse delle note su tutto ciò che sarebbe avvenuto, e appunto dal suo processo verbale io ricalco, per così dire, questa narrazione. Quando non ho condensato, ho copiato parola per parola.

Erano circa le otto meno cinque, quando, presa fra le mie la mano del paziente, lo pregai di confermare al signor L..., quanto più chiaramente avrebbe potuto, che era formale desiderio di lui, Valdemar, ch’io facessi un esperimento magnetico sulla sua persona, nelle condizioni in cui si trovava.

Egli rispose con voce debole, ma assai distintamente: «Sì, desidero di essere magnetizzato», soggiungendo immediatamente dopo: «Temo però che abbiate differito troppo».

Mentre egli parlava, avevo già cominciati i movimenti che sapevo più efficaci per addormentarlo. Egli sentì evidentemente il primo gesto della mia