| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| 264 |
il cervello; di un tutto che noi consideriamo, conseguentemente, come un essere inanimato e puramente materiale, facendone un apprezzamento molto simile a quello che codesti microrganismi devono fare di noi.
I nostri telescopî e le nostre ricerche matematiche ci confermano in tutto, nonostante la bacchettoneria del più ignorante pretume, che lo spazio, e quindi il volume, è una considerazione importante, agli occhi dell’Onnipotente. I circoli nei quali si muovono le stelle sono i meglio appropriati all’evoluzione, senza conflitti, del maggior numero possibile di corpi. Le forme di tali corpi sono esattamente scelte per contenere sotto una data superfice, la massima quantità di materia; e le superfici stesse sono disposte in modo da accogliere una popolazione più numerosa di quella che avrebbe potuto essere accolta dalle medesime, disposte diversamente. E dal fatto che lo spazio è infinito, non si può trarre alcun argomento contro l’idea che il volume abbia un valore agli occhi di Dio. Infatti, per empire quello spazio, vi può essere un infinito di materia. E poichè vediamo chiaramente che il dotare di vitalità la materia è un principio, — e anzi, per quanto possiamo giudicarne, è il principio capitale delle operazioni della Divinità, — è forse logico supporlo confinato nell’ordine delle cose piccole, in cui si rivela a noi quotidianamente, ed escluderlo dalle regioni del grandioso? Siccome noi scopriamo circoli entro circoli, sempre e senza fine, ma i quali tutti girano intorno a un centro unico infinitamente distante, che è la Divinità, non possiamo supporre, analogicamente e allo stesso modo, la vita entro la vita, la minore entro la più grande, e tutte nello Spirito divino? Insomma, noi sbagliamo follemente, per fatuità, immaginando che l’uomo, nei suoi destini temporali o futuri, abbia maggiore importanza nell’universo, di quanta ne abbia quella vasta melma della valle che egli coltiva e disprezza, e alla quale nega un’anima perchè — ragione poco profonda — non la vede in azione.
Queste idee, ed altre analoghe, diedero sempre alle mie meditazioni fra le montagne e i boschi, in riva ai fiumi e all’oceano, una tinta di ciò che la gente volgare suol chiamare sempre il fantastico. Le mie passeggiate errabonde fra quadri di tal genere furono numerose, singolarmente curiose, spesso solitarie; e l’interesse col quale vagai attraverso più d’una valle profonda e cupa e contempla: il cielo di molti limpidi laghi, fu grandemente accresciuto dal pensiero che vagavo solo, che contemplavo solo. Chi fu il francese loquace che, alludendo all’opera ben nota di Zimmermann, disse: «La solitudine è una bella cosa, ma ci dev’essere qualcuno per dirvi che la solitudine è una bella cosa?» L’epigramma, come tale, è perfetto, ma allude ad una necessità, che non esiste.
Fu durante uno dei miei viaggi solitarî, in una regione lontanissima, — montagne complicate da fiumi malinconici, laghi cupi e dormenti, — che mi trovai in riva a un certo fiumicello con un’isola. Vi giunsi improvvisamente in un mese di giugno, il mese del fogliame, e mi gettai a terra, sotto i rami d’un arbusto odoroso che mi era ignoto, in modo da assopirmi contemplando il quadro. Sentii che non avrei potuto vederlo bene, se non così, — tanto esso aveva il carattere di un so-