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gno. Da ogni parte, fuorchè ad ovest, dove il sole stava per scomparire, si elevavano le verdi muraglie della foresta. Il fiumicello, che faceva un gomito brusco, e così si sottraeva improvvisamente alla vista, pareva non potesse fuggire dalla sua prigione; ma si sarebbe detto che fosse assorbito, verso est, dal verde profondo degli alberi; — e dal lato opposto (così mi sembrava, supino come ero e cogli occhi rivolti al cielo), scrosciava nella valle, senza intermittenze e senza rumore, una splendida cascata, aurea e purpurea, vomitata dalle fonti occidentali del bel cielo.
Press’a poco al centro della stretta prospettiva che il mio sguardo visionario abbracciava, un’isoletta circolare, magnificamente verde, riposava sul seno del fiumicello. «La riva e la sua immagine erano sì ben fuse, che il tutto pareva sospeso nell’aria.»
L’acqua trasparente faceva sì perfettamente da specchio, che era quasi imposibile indovinare in qual punto dell’altra ripa di smeraldo cominciasse il suo dominio di cristallo.
La mia posizione mi permetteva di abbracciare con lo sguardo le due estremità, est ed ovest, dell’isolotto; e osservai nei loro aspetti una diversità singolarmente pronunciata. L’ovest era tutto un radioso harem di bellezze di giardino, e s’accendeva, s’arrossava sotto l’occhio obliquo del sole, e sorrideva estaticamente con tutti i suoi fiori. L’erba era corta, elastica, odorosa e cosparsa di asfodeli. Gli alberi erano flessibili, gai, diritti, — brillanti, snelli e graziosi, — orientali nella forma e nel fogliame, con una scorza liscia, lucente e multicolore. Pareva che un sentimento profondo di vita e di gioia circolasse dovunque; e per quanto i cieli non soffiassero brezza alcuna, tutto sembrava agitato da innumerevoli farfalle che si sarebbero scambiate, nelle loro fughe graziose e nei loro zig-zag, per altrettanti fiori alati.
L’altra parte, la parte orientale dell’isola, era immersa nell’ombra più nera. Là, una malinconia cupa, ma piena di calma e di bellezza, avviluppava tutte le cose. Gli alberi erano di un colore oscuro, lugubri nella forma e negli atteggiamenti, e si contorcevano, spettri sinistri e solenni, suscitando idee di dolore mortale e di morte prematura. L’erba vi assumeva il colore profondo del cipresso, e i fili di essa reclinavano languidamente le loro punte. Là si elevavano sparsi parecchi monticelli accigliati, bassi, stretti, non molto lunghi, che sembravano ma non erano tombe, quantunque sopra di essi e tutt’intorno s’arrampicassero la ruta e il rosmarino. L’ombra degli alberi cadeva pesantemente sull’acqua e pareva vi si seppellisse, impregnando di tenebre le profondità dell’elemento. Immaginavo che ogni ombra, quanto più in basso scendeva il sole, si separasse a malincuore dal tronco da cui era nata e fosse assorbita dal fiumicello, mentre altre ombre nascevano ad ogni istante dagli alberi, prendendo il posto di quelle defunte che le avevano precedute.
Questa idea, impossessatasi della mia immaginazione, l’eccitò fortemente, ed io subito mi smarrii in fantasticherie. «Se mai avvenne che un’isola fosse incantata, — pensavo, — questa è incantata certamente. Qui dev’essere il luogo di convegno delle poche Fate graziose che sopravvissero alla distruzione della loro razza. Queste verdi tombe