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Pagina:Poe - Racconti Straordinari, traduzione di Decio Cinti, Milano, 1920.djvu/266

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sono forse le loro? Rendono, forse, le fate, le loro dolci vite, allo stesso modo dell’umanità? O piuttosto la morte loro non è che una specie di malinconico deperimento? Rendono esse a Dio la loro esistenza a poco a poco, esaurendo lentamente la loro sostanza fino alla morte, come questi alberi rendono le ombre loro una dopo l’altra? Ciò che l’albero che si esaurisce è relativamente all’acqua, che ne beve l’ombra e diventa più nera per la preda che inghiotte, non potrebbe essere la stessa cosa che è la vita della fata relativamente alla Morte che l’assorbe?»

Mentre fantasticavo così, cogli occhi semichiusi, e mentre il sole scendeva rapidamente verso il suo letto, e mentre dei vortici correvano tutt’intorno all’isola, portando sul loro seno grandi, luminose e bianche scaglie, staccatesi dai tronchi dei sicomori — scaglie che un’immaginazione vivace avrebbe potuto, per le loro varie posture sull’acqua, convertire in quegli oggetti che avesse pensati, — mi sembrò che il volto di una di quelle stesse Fate di cui avevo fantasticato si staccasse dalla parte occidentale e luminosa dell’isola e s’inoltrasse lentamente verso le tenebre. Stava ritta su una barchetta singolarmente fragile, e la muoveva con un fantasma di remo. Finchè ella fu sotto l’influenza dei bei raggi indugianti, parve che il suo atteggiamento esprimesse la gioia; ma il dolore alterò la sua fisonomia quando ella passò nella regione dell’ombra. Lentamente, la costeggiò, fece a poco a poco il giro dell’isola e rientrò nella regione della luce.

«Il giro che la Fata ha compiuto, — continuai ancora fantasticando, — è il ciclo di un breve anno della sua vita. Ella ha attraversato il suo inverno e la sua estate. S’è avvicinata di un anno alla morte; poichè infatti ho visto che mentre entrava nell’oscurità la sua ombra si staccava da lei ed era inghiottita dall’acqua cupa, che se ne anneriva maggiormente.»

E di nuovo la barchetta apparve, con la Fata, ma nell’atteggiamento di questa c’era più pena e incertezza e meno gaiezza disinvolta ed elastica. Ella navigò di nuovo dalla luce verso l’oscurità che ad ogni minuto diveniva più profonda, e di nuovo la sua ombra, staccandosi, cadde nel liquido ebano e fu inghiottita dalle tenebre. — E molte volte ancora ella fece il giro dell’isola, — mentre il sole si precipitava verso il suo letto, — e, ogni volta ch’ella emergeva nella luce, v’era più dolore nella sua persona, e diveniva più debole, più abbattuta, più indistinta; e, ogni volta ch’ella passava nell’oscurità, si staccava da lei uno spettro più oscuro, che era sommerso da un’ombra più nera. Ma infine, scomparso totalmente il sole, la Fata, ormai fantasma ella stessa, entrò, povera inconsolabile!, con la sua barchetta, nella regione del fiume d’ebano, — nè posso dire se ne uscì mai, poichè le tenebre caddero su tutte le cose, ed io non vidi più il suo volto incantevole.