| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| 34 |
perchè un filo impercettibile di luce cadesse sull’occhio d’avvoltoio. E questo, lo feci per sette lunghe notti, — ogni notte, a mezzanotte precisa; — ma trovai sempre chiuso quell’occhio; e così mi fu impossibile compiere l’opera; giacchè non era il vecchio, che mi irritava: era il suo Malocchio. E ogni mattina poi, entravo arditamente nella sua camera, gli parlavo coraggiosamente, chiamandolo per nome con cordialità e domandandogli come avesse passata la notte. Dunque, vedete, egli sarebbe stato un vecchio veramente assai profondo, se avesse sospettato che ogni notte, a mezzanotte precisa lo esaminavo mentre dormiva.
L’ottavo giorno, fui ancora più cauto del solito nell’aprire la porta. La freccia piccola di un orologio si muove più rapida che non si muovesse la mia mano. Mai, prima di quella notte, avevo sentito tutta l’estensione delle mie facoltà, della mia sagacità. Riuscivo a stento a contenere le mie sensazioni di trionfo. E dire che ero lì, ad aprir la porta a poco a poco, e che egli non sognava nemmeno dei miei atti o dei miei pensieri segreti! A questo pensiero, mi lasciai sfuggire una risatina; e forse egli mi udì, poichè si mosse improvvisamente sul letto, come se si destasse. Ora supporrete forse che mi ritirai. Ma no. La camera era nera come la pece, tanto le tenebre vi erano dense, — giacchè le imposte venivano chiuse con cura, per timore dei ladri, — e, sapendo che egli non poteva vedere la porta semiaperta, continuai a spingerla, la spinsi sempre più.
Avevo introdotta la testa, e mi accingevo ad aprire la lampada, quando il mio pollice scivolò sul metallo della serratura, e il vecchio si rizzò sul letto, gridando: — Chi è?
Rimasi assolutamente immoto, e non dissi nulla. Per un’ora intera, non mossi un muscolo, e per tutto quel tempo non udii che il vecchio si ricoricasse. Egli stava ancora seduto sul letto, in ascolto: — proprio come ero stato io, per notti intere, ad ascoltare i tarli nella parete.
Ma ad un tratto udii un gemito fievole, e sentii che era un gemito di terrore mortale. Non di dolore o di pena, oh! no! — era il rumore sordo e soffocato che sorge dal fondo di un’anima sovraccarica di sgomento. Lo conoscevo bene, quel rumore. In molte notti, a mezzanotte precisa, mentre il mondo intero dormiva, esso era sorto anche dal mio seno, scavando con la sua eco terribile, terrori che mi travagliavano. Dico che lo conoscevo bene. Sapevo che cosa provasse il vecchio, e avevo pietà di lui, quantunque ridessi in cuor mio. Sapevo che egli era rimasto desto dal primo lieve rumore, da quando si era voltato nel letto. I suoi timori erano cresciuti a poco a poco. Egli aveva cercato di persuadersi che fossero senza causa; ma non aveva potuto. — Aveva detto a sè stesso: È il vento nel camino; — non è altro che un topo che attraversa il pavimento; — oppure: è semplicemente il grido d’un grillo. — Sì, egli si era sforzato di farsi coraggio con queste ipotesi, ma tutto era stato vano. Tutto era stato vano, perchè la Morte che s’avvicinava era passata davanti a lui con la sua ombra nera, in cui aveva avviluppata la sua vittima. Ed era l’influenza funebre di quell’ombra non vista, che gli faceva sentire, quantunque non vedesse nè udisse nulla, che gli faceva