Vai al contenuto

Pagina:Poe - Racconti grotteschi, Milano, Sonzogno, 1928.pdf/81

Da Wikisource.

di cielo munita di un numero incalcolabile di corna verdi.

C’era Delphinus Polyglotta. Egli ci disse che cosa avvenne delle ottantatrè tragedie perdute di Eschilo, delle cinquantaquattro orazioni d’Iseo, dei trecentonovantun discorsi di Lisia, dei centottanta trattati di Teofrasto, dell’ottavo libro delle sezioni coniche di Apollonio, degl’inni e ditirambi di Pindaro, e delle quarantacinque tragedie di Omero il Giovane.

C’era Ferdinando Fitz-Fostillus-Feldspar. Egli ci diede informazioni sui fuochi sotterranei e sugli strati terziari, sugli aeriformi, sui fluidiformi e i solidiformi; sul quarzo, sullo schisto, sul talco e sul calcare; sulla blenda, sul micaschisto, sull’antimonio e la calcedonia, sul manganese e su tutto ciò che vorrete.

C’ero IO. Io parlai di me, di me e di me; di nasologia, del mio opuscolo e di me. Alzai il naso, e parlai di me.

— Uomo fortunato! Uomo miracoloso! — disse il principe.

— Stupendo! — dissero i convitati.

E, la mattina seguente, Sua Grazia di Dio-mi-Benedica, venne a farmi una visita.

— Verrete ad Almack, graziosissima creatura? — disse, dandomi un buffetto sotto al mento.

— Sì, sull’onor mio! — le risposi.

— Con tutto il vostro naso, senza eccettuarne nulla?