Pagina:Poe - Storie incredibili, 1869.djvu/103

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Mi ritrovai nella mia biblioteca; stava seduto, — ed era solo — solo! Mi sembrava di essere uscito da un sogno confuso ed agitato. — Mi accorsi ch’erasi fatto notte: io aveva però preso tutte le precauzioni possibili perchè Berenice fosse seppellita dopo il tramonto del sole; ma non serbai alcun reale nè ben definito ricordo di quanto si era passato durante sì lugubre intervallo. Nondimeno la mia memoria era invasa d’orrore, — orrore tanto più orribile quanto più vago, — di un terrore renduto più vivo per la stessa sua ambiguità. Era una specie di pagina spaventosa del registro della mia esistenza, intieramente scritta con oscure rimembranze, di ribrezzo, inintelligibili. Ogni mio sforzo per leggere in queste strane linee, vano: e tuttavolta, di tanto in tanto, simile a lamento di suon che s’involi, un grido flebile, acuto acuto, — una voce di donna — sembrava arrivasse a ferirmi le orecchie.

Aveva io forse per avventura tentato e compito qualche cosa? — Ma, e qual’era mai questa cosa? E a voce alta rivolsi a me stesso la domanda, e gli echi della camera con susurro decrescente mi rimandavano in risposta: Qual è dessa mai questa cosa?

Sopra la tavola, al mio fianco, ardeva una lampada, e presso di essa un cofanetto di ebano. Non molto notevole il suo stile; e un tale oggetto io l’aveva già visto spesse volte, essendo esso proprietà del medico di mia famiglia. Ora, come mai questo cofanetto trovavasi là, là sulla tavola, — e perchè al solo guardarlo mi sentii scuotere per lo spavento ogni fibra? È vero: queste erano cose a cui non valeva la pena di volger lo sguardo: