Pagina:Poemetti allegorico-didattici del secolo XIII, 1941 – BEIC 1894103.djvu/173

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l’intelligenza 167

che presentasse Roma in cotal segno,
ad alta voce sue parole mosse
e disse: «Roma, incontr’a te non vegno,
ma torno, ch’io son tuo piú ch’anche fosse;
e tu dovresti accogliermi pensando
c’ho sottomiso il mondo al tu’ comando:
sí mi dei onorare ounqu’io fosse».

    Èvi com’e’ si volse a’ cavalieri, 89
e disse lor: «Signor’, se noi volemo,
noi potem ritornar per li sentieri;
se noi passiam, parrá che noi faremo».
Allor vid’apparire un businieri,
l’altra forma sparío che dett’avemo;
questi sonava forte una trombetta,
poi sonò un corno a grande fretta,
poi passò l’acqua e n’andò al lato stremo.

     Quando Cesar lo vide, immantenente 90
fedí ’l cavallo ai fianchi de li sproni,
e passò Rubicon piú vistamente,
che s’egli avesse cuor per tre leoni;
e disse a’ suoi: «Passate arditamente».
Allor passâr tutte sue legioni;
poi disse: «Omai non voglio amor nè pace;
la guerra di Pompeio molto mi piace;
Fortuna fie con noi a le stagioni».

     A Rimine giugnendo i cavalieri, 91
dipinto v’è, che fue di notte scura;
trombette e corni sonavan sí fieri,
che i Riminesi tremâr di paura;
Curio trebuno parlò primieri,
e disse: «Io son per te di Roma fuora;
nostra franchigia è ne la tua speranza:
cavalca, Cesar, sanza dimoranza,
i tuoi nemici non avranno dura».