Pagina:Poemetti allegorico-didattici del secolo XIII, 1941 – BEIC 1894103.djvu/189

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l’intelligenza 183


     Il nocchier disse a Cesare: «Signore, 147
i’ vidi il sole ch’avea debol’ raggi,
la luna inviluppata di buiore,
e ’l tempo non dimostra buoni oraggi;
mettersi in mar sarebbe gran follore,
il mar batte a le rocce ed a’ rivaggi».
Cesar li disse: «Sanz’altra dimora,
abbandónati a mia fortuna un’ora;
l’Iddii non ci potrebber trar dannagggi»

     Gittrsâi in mare e vocâr vistamente; 148
un vento si levò novello e forte,
che ’l legno percoteo sí aspramente,
Che Cesar presso si vide a la morte;
L’Iddii chiamò assai pietosamente,
con sue parole assai savie ed accorte;
la vela ruppe per troppa pienezza,
da nulla parte vedean lor salvezza,
lor pene raddoppiar vedeano scorte.

     Stando ’n cotal fortuna i navicanti, 149
un vento si levò per lor salvezza;
trovarsi a riva poco adimoranti,
la gente non sapea di lui certezza;
co le fiaccole ’n man givan erranti,
chiamando Cesar con gran dubitezza;
tanto cercâr che l’ebber ritrovato.
Antonio l’altro giorno fue tornato.
Murâr lo poggio intorno e la fortezza.

     Ed èvi Sciva a la fratta del muro, 150
come ritenne i nemici per forza;
sonvi gli assalti co l’asprezze loro,
e ’l fuoco acceso che mai non si amorza;
le battaglie e le giostre a color d’oro,