Pagina:Poemetti allegorico-didattici del secolo XIII, 1941 – BEIC 1894103.djvu/203

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l’intelligenza 197

tutto dipinto v’è a moisesse
il tempio e Giove e ’l bel fiume del Nilo,
le meraviglie che vi son sí spesse,
e ’l bel navilio e l’arme e ’l loro stilo;
li ’strolagi quiv’eran d’ogni parte,
ad isquadrar li tempi e prender l’arte,
e se ’n quell’anno fosse o caro o vilo.

     A spada ’gnuda entrò Catone a Giove, 199
a quello deo ch’edeficò Bacusso;
molti volean saper di cose nuove,
molto pregonne Caton Labbienusso;
e di lor fine come ’l corso muove.
Vider lo luogo ove morí Aviusso,
e le diversitá de’ gran serpenti;
come Caton biasmò lor pensamenti;
e ’l serpente ch’uccise Publiusso.

     Tesmondite e Amorais assai vi sono, 200
Otrix e Parisals e Scitalisse;
e la fontana ond’attinse Catono:
legò l’elmo a la lancia e bevve e disse:
«Acqua non tien giammai velen alcuno»
secondo che Salusto intese e scrisse.
Allor diè lor di begli ammunimenti:
«Bevete sanz’offendere a’ serpenti,
ché l’acqu’è dolce, chi mistier n’avesse».

     E sonvi i Rossillesse, che faceano, 201
guidando loro in forti incantamenti,
sí che’ serpenti avanti lor fuggiano;
de’ trafitti feceano altr’argomenti:
co le labbra ’l velen fuor ne traeano;
e cosí li guidavan tra’ serpenti;
le lor mogli provavano e’ lor figli:
tra serpenti giacean sicur com’egli,
e no li tenían certi unqua altromenti.