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Pagina:Poeti lirici (Romagnoli), vol. III.djvu/195

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73 (8) DISINTERESSE

Io, per me, del cornucopia
non desidero il possesso,
né cento anni di Tartesso,
più cinquanta, essere il re.

Strabone, 11, 151. — Tartesso era il nome del Betis (Guadalquivir), e, poi, di tutta la regione, di un’isola vicina, e d’una città che in questa sorgeva. I primi Fenici che ci arrivarono, a dire di Aristotele (Dei mirabili «si dice», 35), con la permuta di piccole merci, ottennero tanta copia d’argento, da non poterlo caricare; e d’argento fabbricarono tutti gli utensili, e le àncore. Cosí rimase famosa Tartesso; e i suoi abitanti, sempre a dir di Strabone, ebbero anche fama di longevi. E specialmente celebre per la sua felicità era il re Argantonio. Ma Anacreonte dichiara che né le ricchezze né la longevità gli fanno gola. La sua poesia è certo ispirata ad un’altra, famosa, di Archiloco (frammento 22); però, anche Aristotele, in un passo citato da Stobeo (Flor., XCII, 38), narrava che il poeta, avendo ricevuto in dono da Policrate un talento d’oro, glie lo restituí, dicendo che aborriva un regalo che gli avrebbe procurato insonnia. Rendo col vocabolo «cornucopia» le parole del testo: il corno di Amaltèa. Amaltèa era, come tutti sanno, la capra nutrice di Giove.