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| 220 | I LIRICI GRECI |
Dalla sua configurazione geologica e geografica, la Beozia derivava un carattere di mistero[1]. La gran pianura centrale diveniva l’inverno, per l’accumularsi dell’acque, come un gran mare. E a primavera, le masse ne effluivano, a poco a poco, da una quantità di piccoli ruscelli, confluenti in tre fiumi: il Cefìso, il Mèlas, e il Probasìa, che correvano paralleli attraverso la gran pianura, e, infine, ad est, sparivano in canali di scarico sotterraneo, detti bàrathra o bèrethra: lunghe caverne entro le montagne calcaree che dividono la pianura dal mare Eubeo. Venti bàratri; ma solo quattro perenni.
Montagne incombevano su questo gran mare terragno; e due d’esse, il Citerone orrido, e l’ameno Elicona, giganteggianti a sud ovest, sembravano incarnare e simboleggiare le forze del bene e del male.
Però, quando, al cessare dei geli, la terra riappariva, almeno in parte, ecco, dalle zolle tanto a lungo sommerse, un impetuoso irrompere d’erbe, d’arbusti, di fiori: una meraviglia ignota alle terre vicine al mare, che durante tutto l’anno respiravano in una mezza primavera.
E l’estate era sì, al piano, soffocante. Ma appena si ascendeva un colle, o si tentavano i monti, quanti incantevoli soggiorni.
Tebe, con le sue molte colline, coi suoi giardini, più numerosi che in qualunque altra città di Grecia, irrigua di fresca acqua limpida, ventilata, ricca di frutta e di ogni pro dotto dell’estate.
E Tanagra, aerea visione, tutta candida, tutta aria e luce, case dagli ampî vestiboli, pareti istoriate di pitture bellissime.
E il Citerone, anche quando le nevi si scioglievano, rimaneva pur sempre orrido e pauroso; ma, quasi a compenso, l’Elicona coi suoi boschetti, i suoi rivoli, le sue dolci aure,
- ↑ Si veda l’opera, sempre classica, del Bursian, Geographie von Griechenland, I, 194 sg.