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Pagina:Poeti lirici (Romagnoli), vol. III.djvu/224

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222 I LIRICI GRECI

beota
                                             E lepri porto, e anatre,
          volpi, dònnole, ricci, tassi, talpe,
          faìne, lontre, e anguille di Copàide.

E la passione degli Attici per quest’ultima leccornia era tale, che Diceopoli prorompe in una tirata lirica degna di figurare in qualsiasi tragedia, e la conclude addirittura con le parole di Admeto alla defunta Alcesti:

          Da te, qualor tu sia cinta di biètole,
          neppur la morte fia che più mi sèpari.

Paese di cuccagna, ho detto. E l’arlecchinesco Diceopoli non vedeva più in là. Ma altri tesori di Beozia avrebbero potuto ricordare i poeti.

Le fiorite di azzurri giaggiòli, che a Primavera coprivano tutte le acque dei paludi con gl’innumerabili petali fragranti come gigli.

E le preziose essenze che si stillavano a Cheronèa, dall’iris, dal giglio, dalla rosa. Quest’ultima, spalmata su le statue di legno, le preservava dai tarli.

E le canne che crescevano lungo l’Asopo. Celeberrime: se ne foggiavano flauti incomparabili. Per merito loro, diceva un antico, tutti quanti i Beoti erano aulèti. E perfino Pindaro le esaltò, ricordando un’aria antica che sgorgava (Pitica, XII):

          . . . . . . . . . fra la tenue lamina
          di rame, e la canna che gèrmina
          nei prati cui bagna il Cefìso,
          vicino alla bella contrada
          d’Orcòmeno sacra alle Càriti.